Il lungo cammino della tassa minima globale per le multinazionali


Dopo anni di dibattito, si è trovato un accordo: le aziende multinazionali dovranno pagare una tassa minima a livello globale, pari al 15%. È quanto hanno stabilito i ministri delle finanze del G7, le sette potenze mondiali, a giugno 2021, accordo poi confermato anche al G20 di luglio. Una decisione che punta a stabilire delle regole minime comuni fra gli Stati, per evitare il cosiddetto dumping fiscale fra Paesi e regolare le imprese più grandi. Quelle con un margine di profitto superiore al 10%, infatti, andranno a pagare le tasse in ciascuno dei Paesi in cui operano, e non solo dove hanno la sede. «Un passo storico verso una maggior equità e giustizia sociale per i cittadini», ha commentato il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

L’accordo

«Forniremo l’appropriato coordinamento tra l’applicazione delle nuove regole fiscali e la rimozione di tutte le tasse sul servizio digitale e altre misure simili, su tutte le compagnie», si legge nel comunicato del G7. Secondo l’osservatorio fiscale dell’Unione Europea, adottando la minimum tax al 15%, l’Italia potrebbe riscuotere un gettito da 2,7 miliardi di euro dalle proprie multinazionali, mentre l’Unione Europea otterrebbe nel complesso 48,3 miliardi di euro.

Attraverso l’istituzione di una tassa minima, l’idea è quella di livellare il contributo fiscale richiesto in ogni Paese, superando dunque il gap di tassazione fra diversi Stati (ovvero, ciò che ha attratto le multinazionali a stabilire la propria sede in alcuni Paesi piuttosto che in altri).

Come percentuale, il 15% è il risultato di una lunga trattativa in seno all’Ocse.

L’Irlanda, per esempio, finora ha applicato una percentuale del 15%. Mentre gli Stati Uniti, con il presidente Joe Biden, proponevano aliquote del 21 o 25%, anche con l’obiettivo di finanziare l’ambizioso piano di ripresa americano da 2mila miliardi di dollari. La misura, infatti, si inserisce nel contesto di grande incertezza economica dettata dal Covid-19, e sul relativo bisogno di ripresa dei Paesi.

«La competitività non riguarda solo come le aziende americane si confrontano con le altre, tra fusioni e acquisizioni, ma la necessità che i governi abbiano sistemi fiscali stabili in grado di raccogliere sufficienti introiti da investire in beni e servizi pubblici essenziali per rispondere alle crisi, e che tutti i cittadini condividano equamente il fardello fiscale», aveva dichiarato la segretaria al Tesoro americano, Janet Yellen, fervente sostenitrice della misura.

 

Le divisioni

Non tutti sono però d’accordo sull’appropriatezza del 15% come percentuale da prelevare dalle aziende. Per Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International, per esempio, «con questa riforma fiscale i Paesi del G7 e dell’Unione Europea intascheranno più di due terzi del nuovo denaro prodotto dall’aliquota del 15%», mentre «i Paesi più poveri del mondo recupereranno meno del 3 per cento, nonostante ospitino oltre un terzo della popolazione mondiale».

Diversi esperti, come ad esempio quelli del gruppo delle Nazioni Unite sulla responsabilità finanziaria, la trasparenza e l’integrità (Facti), così come la Commissione Indipendente per la Riforma della Tassazione Internazionale delle Imprese (Icrict) chiedono che la percentuale minima della tassazione globale sia alzata, così da poter andare incontro ai Paesi più poveri del mondo. Secondo questa visione, sarebbe appropriata una tassa di almeno il 25%. Anche alcuni Paesi, come la Francia e la Germania, condividono questa posizione. Mentre altri, come il Regno Unito, si sono opposti strenuamente.

Londra, per esempio, ha ottenuto di esentare la City e le sue banche dal nuovo regime fiscale. Mentre sette Paesi del mondo (tra cui Ungheria, Estonia e Irlanda) non hanno proprio aderito alla decisione. «Naturalmente ogni Paese può decidere se essere o meno d’accordo, ma il fatto che i Paesi che rappresentano oltre il 90% del PIL mondiale abbiano trovato un’intesa mette un po’ di pressione su tutti gli altri rispetto alla possibilità di unirsi allo sforzo», ha commentato il Ministro dell’economia italiano Daniele Franco.

Il fatto che delle dieci multinazionali a maggiore capitalizzazione al mondo, otto siano americane, inoltre, fa cadere il peso maggiore fra i vari equilibri prevalentemente dalla parte degli Stati Uniti. E in effetti sono proprio gli Usa ad aver chiesto che la tassa minima entri in sostituzione delle web tax che vari Paesi, tra cui l’Italia, hanno adottato. La Francia ha già dichiarato in proposito che «rimuoverà la sua tassa nazionale sui servizi digitali non appena l’accordo sarà implementato a livello Ocse diventando efficace». L’Italia, per il momento, si è limitata a raccogliere 233 milioni dalla sua web tax, molti meno rispetto ai 700 previsti inizialmente.

L’accordo per la minimum tax dovrebbe entrare in vigore entro il 2023: non si tratterà infatti di un percorso immediato. Ora, il prossimo passo sarà il G20 finanze di Washington a ottobre, dove bisognerà definire gli ultimi parametri della nuova architettura fiscale. Ma se secondo i detrattori della misura, il passo intrapreso, pur essendo troppo timido, è quanto meno un primo passo, al contempo altri, come le case farmaceutiche produttrici dei vaccini contro il Covid, hanno già chiesto di essere esentate dalla tassa. La partita, insomma, non è ancora chiusa.

Di |2024-06-12T12:29:07+01:00Settembre 29th, 2021|futuro del lavoro, MF, Welfare|0 Commenti