India locomotiva del mondo, le contraddizioni del Paese in cui il PIL cresce di più


Ogni mese il governo indiano deve affrontare un’opportunità che però, ripresentandosi uguale tutte le volte, rischia di trasformarsi in responsabilità. Se non addirittura in un problema complesso.

Ogni mese, da qualche anno, un milione di giovani indiani si affaccia sul mercato del lavoro nazionale in cerca di un’occupazione. Un fenomeno molto ampio, che appare fuori scala se paragonato con l’Italia.

«Questa è una delle sfide principali per il governo di Narendra Modi, che aiuta anche a capire la grandezza e le potenzialità dell’India», dice Marco Missaglia, ricercatore esperto di questioni indiane dell’Ispi, di cui dirige anche la comunicazione e le pubblicazioni. «La situazione demografica è un vantaggio per l’India che oltre ad essere ormai il Paese più popoloso al mondo (con 1,4 miliardi di persone a gennaio ha superato la Cina, ndr), è anche molto giovane dato che l’età media è di circa 26 anni».

L’ampiezza della forza lavoro, cioè gli individui che attivamente vogliono lavorare, è il principale motore della crescita indiana. «Tuttavia», spiega Missaglia, «essa è ancora molto potenziale perché non tutte le persone riescono a trovare un lavoro, aprendo a una fuga di cervelli verso l’estero. Inoltre, la crescita non è distribuita in modo omogeneo, dato che centinaia di milioni di persone ancora vivono in povertà e che la quota dell’economia informale nel mercato indiano supera il 50%».

Da questa crescita gran parte delle donne viene esclusa, sia per motivi culturali sia per questioni infrastrutturali. «È frequente che molte giovani donne, soprattutto se povere, smettano di frequentare la scuola quando hanno il ciclo mestruale perché mancano servizi di base e bagni in cui poter andare», dice Missaglia. Il tasso di partecipazione al lavoro delle donne è circa il 19%, inferiore a quello dell’Arabia Saudita (31%).

La crescita non è distribuita in modo omogeneo: centinaia di milioni di persone ancora vivono in povertà e la quota dell’economia informale nel mercato indiano supera il 50%.

Marco Missaglia, Ispi

Geografia economica indiana

L’India è la terza economia dell’Asia, dopo Cina e Giappone, e possiede un vibrante sistema economico che si espande a ritmi poderosi da vari anni. Nel decennio prima della pandemia, il PIL è aumentato ogni anno tra il 5 e l’8 per cento, valori su cui è stabilmente tornato dopo il brusco calo del 2020 legato al Covid-19 (-6,6%). Tra i settori più sviluppati dell’economia indiana, ci sono quello tecnologico, quello dell’industria pesante e delle materie prime, oltre a quello chimico e agricolo. 

Controllata dalla Corona britannica dal 1858, l’India ottenne l’indipendenza dal Regno Unito nel 1947 e diventò una Repubblica federale nel 1950, istituendo una nuova Costituzione. Durante la Guerra Fredda, fu tra i fondatori del Movimento dei Paesi Non Allineati, ovvero quelle nazioni che scelsero di non schierarsi né con gli Stati Uniti né con L’Unione Sovietica.

Inizialmente, ebbe un modello di sviluppo economico di stampo socialista, basato sulla pianificazione industriale quinquennale da parte dello Stato (che resiste tutt’oggi sotto alcuni aspetti), diffusi sussidi monetari e forte presenza degli organi statali nei settori strategici.

Negli anni Novanta tutto questo cambiò: l’India ridusse il peso dello Stato in economia, si aprì alla concorrenza globale e ai mercati internazionali, avviando  – come moltissimi altri Paesi anche occidentali – privatizzazioni di aziende statali e accettando maggiori investimenti sia esteri sia  privati.

«Questo cambiamento ha avviato una forte crescita economica, che ha reso l’India una potenza economia e demografica, ma che allo stesso tempo ha fatto crescere le disuguaglianze», spiega Missaglia.

Tra il 2005 e il 2021 circa 415 milioni di persone sono uscite da una condizione di povertà.

Il livello di povertà, ancora estremamente alto, è diminuito negli ultimi 15 anni. Tra il 2005 e il 2021 circa 415 milioni di persone sono uscite da una condizione di povertà, definita come mancanza o carenza di cibo, acqua, elettricità e medicine, secondo uno studio del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite e dell’Università di Oxford.

Narendra Modi, Primo Ministro dal 2014 che guida il Paese con il vasto appoggio delle persone indù nazionaliste, ha proseguito il percorso di apertura dell’economia, semplificando anche gli aspetti burocratici. Tra le nuove misure, c’è stata l’introduzione nel 2017 di aliquote dell’Iva omogenee in tutta la nazione, mentre prima ogni Stato poteva decidere autonomamente il livello dell’imposta, distorcendo la competizione e rendendo farraginosi i processi amministrativi delle aziende.

«L’India ha creato anche delle zone economiche speciali in cui le condizioni per le imprese nazionali ed estere sono migliori, ma ci vuole tempo perché diventino pienamente efficaci e trainanti. E in tutto il Paese restano diffusi ostacoli burocratici come dazi e dogane, spesso molto complessi da decifrare», dice Missaglia. 

Le infrastrutture, come ferrovie, strade, ospedali e acquedotti, sono ancora arretrate, così come anche la catena del freddo. Tutto questo frena lo sviluppo.

Ciò nonostante, restano grosse difficoltà nel Paese dato che il 16% della popolazione (più di 220 milioni di persone) vive ancora in povertà. Inoltre, le condizioni sanitarie sono pessime in ampie zone del Paese e «le infrastrutture, come ferrovie, strade, ospedali e acquedotti, sono ancora arretrate, così come anche la catena del freddo. Tutto questo frena lo sviluppo, anche se il governo ci sta puntando molto», secondo Missaglia.

Democrazia indiana

L’India è la democrazia più popolosa al mondo e condivide con l’Occidente i valori democratici. Tuttavia, sotto la guida di Modi molti processi democratici si sono deteriorati.

Alcune minoranze etniche, specialmente i musulmani, vengono regolarmente discriminate e svantaggiate, l’indipendenza dei tribunali è sottoposta a pressioni politiche e la libertà di stampa è spesso intralciata dalle autorità attraverso frequenti controlli, che si concentrano spesso su questioni fiscali.

Martedì 14 febbraio, ad esempio, la polizia ha fatto irruzione negli uffici della Bbc a New Delhi e Mumbai, dopo che il governo ha vietato la trasmissione di un documentario dell’emittente britannica molto critico sul ruolo del Primo Ministro quando nel 2002 scoppiarono violenti scontri tra le persone Indù e la minoranza musulmana nello stato del Gujarat, di cui Modi era allora premier.

Per via di questi scontri, in cui morirono secondo le autorità 790 musulmani e 254 indù, gli Stati Uniti vietarono a Modi per circa dieci anni il visto di ingresso nel Paese. Ora però il ruolo di Modi è diverso: governa il Paese più popoloso al mondo, che è un fondamentale alleato dell’Occidente in funzione anti-cinese e anche per questo la comunità occidentale è molto cauta nell’evidenziare gli attacchi interni che subisce la più grande democrazia al mondo.

Di |2024-06-12T12:35:52+01:00Marzo 29th, 2023|Economia e Mercati, futuro del lavoro, MF|0 Commenti