La lezione di Jacinda Ardern: addio al successo (professionale) a tutti i costi


Il 19 gennaio scorso Jacinda Ardern, 42 anni, premier della Nuova Zelanda e capo del Partito laburista dal 2017 ha annunciato, a sorpresa, le dimissioni da entrambe le cariche. Queste le sue parole: «Credo che guidare un Paese sia il lavoro più privilegiato che si possa avere, ma anche uno dei più impegnativi. Non si può e non si deve fare se non si ha il serbatoio pieno, più un po’ di riserva per le sfide inaspettate» ha detto. «So cosa richiede questo lavoro e so che non ho più abbastanza energia per rendergli giustizia» ha spiegato. «All’indomani di questa decisione si discuterà molto su quale fosse la cosiddetta “vera” ragione. Posso assicurarvi che è quella che vi sto dicendo. L’unica prospettiva interessante che scoverete è che, dopo sei anni di grandi sfide, sono umana. I politici sono umani. Diamo tutto quello che possiamo, finché possiamo, e poi arriva il momento. E per me è arrivato il momento».

Il gesto della Ardern è stato accompagnato da diversi commenti: in molti hanno applaudito il coraggio di aver fatto un passo indietro, ammettendo una difficoltà. Altri hanno sottolineato gli ostacoli nel portare avanti il doppio ruolo – o triplo – di madre, moglie e capo di un Governo. Ardern ha citato come priorità per i prossimi mesi quella di dedicarsi ai suoi affetti «privati»: la figlia Neve e il compagno («Clarke, sposiamoci!» gli ha detto nel discorso delle dimissioni). E questo ha indotto molti a pensare che le sue dimissioni siano state soprattutto una scelta «di genere», la tendenza attribuita alle donne a mettere gli affetti davanti alla carriera.
Pensiamo non sia così, ritenendo che la motivazione della Ardern in particolare affondi le sue radici in una nuova consapevolezza che sta riguardando sia uomini che donne.

Qualche settimana dopo anche Nicola Sturgeon, la premier scozzese in carica da otto anni, si è dimessa a sorpresa, spiegando di aver maturato la decisione nel weekend dopo il funerale di un amico e troppe pressioni: «Fare il primo ministro è il lavoro più bello del mondo – ha sottolineato –ma è molto difficile. Non hai privacy, lavori 24 ore al giorno, non puoi prendere nemmeno un caffé con gli amici. Tutto ciò ha avuto un profondo impatto fisico e mentale su di me: di recente ogni mattina dovevo farmi forza per andare al lavoro. La politica è brutale. E anche io sono un essere umano».

Cosa hanno in comune?

Sebbene le motivazioni, le posizioni e gli stili comunicativi delle due premier non si somiglino, da entrambe arriva un messaggio che dice: «Bye Bye successo». O forse, meglio specificare: «Bye bye a quel tipo particolare di successo professionale che ti logora».
In questi giorni un articolo dell’Harvard Business Review che si intitola «Come fare pace con la sensazione di essere meno ambiziosi», parla del sentimento di malessere che in molti stanno provando post pandemia e che, racconta l’autrice, corrisponde alla percezione di un’ambivalenza di fronte al pensiero di rinunciare a ciò che il resto del mondo chiama “successo”.

Del resto quel movimento che i sociologi chiamano quiet quitting ci sta dicendo proprio questo: che molti stanno abbandonando l’idea di dare sempre di più, di fare sempre meglio, dirottando silenziosamente tempo ed energie verso altro. La pandemia ha prodotto anche questo: la fine di una cultura diffusa, la nostra sino a ora, che vede nella professione la via principale per il successo e la realizzazione di sé.
Mettendo insieme tutti questi elementi, individuali e sociali, quello che sembra emergere è il desiderio di attivare dei cambiamenti che potrebbero rappresentare il preludio alla ricostruzione di una nuova vita, tanto sul piano individuale quanto su quello collettivo.

Questione di genere?

In questo senso non si può non concordare con quanti ritengono che le dimissioni delle due premier siano lo specchio di un cambiamento più generazionale che di genere. Anche se, va detto, le questioni di genere comunque c’entrano eccome: non possiamo dimenticare il peso della scogliera di cristallo, o scogliera di vetro (dall’inglese glass cliff), quel fenomeno per cui, in periodi di grave crisi o di recessione, quando ogni scelta comporta elevati rischi di fallimento e impopolarità è più probabile che venga scelta una donna in un ruolo dirigenziale, perché è più difficile trovare uomini disponibili ad assumere il compito. Il termine è stato coniato nel 2004 da due professori britannici i quali, attraverso le loro ricerche, avevano scoperto che le aziende che avevano nominato donne nei loro organi amministrativi erano quelle che avevano sperimentato un periodo di costanti e cattive prestazioni nei cinque mesi precedenti.

«Ricoprire posizioni apicali implica una dedizione completa che lascia poco tempo ad altro», osserva Ilaria Li Vigni, autrice di Donne e potere di fare (Franco Angeli), avvocata penalista e studiosa di politiche di genere. «Jacinda Ardern, con le sue dimissioni, ha dimostrato che esiste un nuovo potere al femminile che trova, nel senso del limite, la propria essenza. Ho trovato interessante e, al contempo, saggia la consapevolezza dimostrata nel comprendere le proprie possibilità e nel capire fino a dove poter arrivare. È il nuovo potere di fare femminile. In ogni caso è necessario riflettere su alcuni stereotipi ancora presenti e diffusi nel mondo. Quale il solipsismo della leader al comando che deve, sempre e comunque, dimostrare la propria forza e presenza. Occorre, in politica come in azienda, una diversa mentalità di approccio alla cultura del lavoro, protesa ad accompagnare gli inevitabili cambiamenti del modo di lavorare e di come lo si intenda. E inoltre, un equo bilanciamento dei tempi che permetta una vita più armonica e in equilibrio che, in tanti, sia uomini che donne, hanno compreso essere sempre più necessaria».

Di |2024-06-12T12:35:49+01:00Marzo 6th, 2023|Human Capital, Lifestyle, MF|0 Commenti