Le storie di successo nell’Italia operosa del “buon lavoro che c’è”


Un coltivatore di canapa ha unito le conoscenze di agricoltura e abbigliamento per creare un’azienda che fa jeans. Una giovane ragazza ha scommesso sulla sua passione per il pattinaggio e adesso realizza i body che indossano le campionesse italiane in gara. I tecnici di Bonifiche Ferraresi si occupano di agricoltura di precisione con tecnologie innovative, gli agronomi di Timac Agro Italia assistono i coltivatori nella nutrizione delle piante con calcoli scientifici e dettagliati. In ogni settore, in ogni angolo del mondo del lavoro italiano, ci sono storie di successo, di sogni che si realizzano. Anche in quell’Italia in cui le cronache sembrano parlare sempre e solo di disoccupazione, salari bassi, sfruttamento e altri problemi apparentemente irrisolvibili.

Tutte queste storie sono il racconto di un’Italia che c’è, che esiste e corre. E “Il buon lavoro che c’è”, docufilm prodotto dalla holding di comunicazione strategica The Skill Group, firmato dal regista Simone Aloisio e dal giornalista Lorenzo Munegato, ha deciso di raccoglierle e raccontarle.

L’opera è stata presentata alla 79esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ricevendo un riscontro positivo grazie proprio alla capacità di raccontare – attraverso le storie – i mutamenti del mercato del lavoro e persone che hanno saputo ingegnarsi inseguendo una passione e costruendosi un’occupazione da zero.

«È un viaggio nell’Italia del fare, fatto di difficoltà, dedizione al lavoro, spesso rinunce e qualche rimpianto», ci dice Lorenzo Munegato, in videochiamata congiunta con il regista Simone Aloisio.

È la terza volta che i due presentano un lavoro di questo tipo alla Mostra del Cinema di Venezia. Il primo era sul Covid: in piena pandemia, raccontava il virus visto dai bambini della prima zona rossa d’Italia, quella del Nord-Est. Il secondo documentario metteva al centro la ripartenza, quindi l’Italia unita contro il Covid nel 2021, tra speranza e voglia di ricominciare. Il terzo, “Il buon lavoro che c’è”, è dedicato al lavoro, appunto.

Mettiamo al centro della nostra storia quei lavori che offrono delle prospettive, raccontano un’Italia diversa da quella che viene spesso descritta, con qualche banalità, sulla cronaca quotidiana.

«È chiaro che l’idea di questo docufilm – spiegano gli autori – nasce sulla scorta di quello dell’anno scorso, partendo però da un presupposto diverso: abbiamo superato una crisi enorme e mettiamo al centro della nostra storia quei lavori che offrono delle prospettive, raccontano un’Italia diversa da quella che viene spesso descritta con qualche banalità sulla cronaca quotidiana».

Ci sono, ad esempio, le storie delle infermiere impegnate nelle strutture private lombarde e i produttori di vino del Monferrato. E poi ci sono le giovani ragazze che, uscite da Accademia delle Professioni di Padova, sono riuscite a costruirsi una vita professionale nel settore dell’accoglienza turistica e nel mondo gastronomico. Aery, giovanissima, 18 anni, ha frequentato il corso di Bar Manager; Alessia classe 1994, ha scelto il corso di Gelaterie Artigiano. Alla telecamera, le ragazze raccontano la loro passione, la loro scelta, l’impegno che hanno accettato e i sacrifici che hanno voluto fare. Sono il simbolo di un’Italia che cresce con la professionalità giovanile.

“Il buon lavoro che c’è” mette al centro storie di intraprendenza familiare o personale. Le immagini mostrano spaccati eterogenei dell’Italia, significativi per l’economia del Paese. «Sono storie di chi improvvisamente scopre che fare quello che fa, o quello per cui ha studiato, non interessa più. Oppure ci sono storie di chi ha bene in testa cosa fare, poi scopre che la tecnologia e l’innovazione possono cambiare radicalmente il suo lavoro e la sua vita», dicono gli autori del docufilm.

Fino a pochi anni fa l’Italia era uno dei Paesi con la minor mobilità dei lavoratori, poi il Covid – dopo una fase di stallo e di immobilità obbligatorio – ha rimesso in circolo le energie, modificando almeno in parte l’approccio al lavoro e invertendo la tendenza, in linea con la ripresa economica.

Munegato e Aloisio hanno scelto di raccontare proprio questa Italia dinamica, disponibile a reinventarsi e a mettersi in discussione.

Il docufilm è chiaramente anche una provocazione, perché la verità è che per avere queste soddisfazioni nella maggior parte dei casi bisogna farsi in quattro, e forse anche di più.

Negli ultimi due anni si è parlato moltissimo di Great Resignation, la scelta di lasciare il proprio lavoro sapendo di potersi spostare altrove e avere standard di vita più alti. Sembrava una storia in cui l’Italia degli indici negativi non potesse rientrare. Invece negli ultimi 12 mesi per il 69% delle aziende è aumentato il tasso di turnover, ovvero di coloro che vogliono cambiare carriera. E nei primi sei mesi del 2022 si sono registrate più di 1 milione di dimissioni, con un aumento delle assunzioni del 26%.

«Siamo ai massimi per occupazione dal 1977, in Italia. Quindi non è sempre vero che va tutto male nel nostro mercato del lavoro», dicono Munegato e Aloisio. Ma nulla è regalato, non ci sono storie utopistiche, di fantasia, in “Il buon lavoro che c’è”.

«Dopo il Covid qualcosa sta cambiando, sta diventando più frequente anche qui che qualcuno decida di cambiare vita. Però – aggiungono i due – è chiaro che la narrazione non sia di esclusiva positività. Per poter svolgere certi lavori bisogna fare dei sacrifici, bisogna sudarseli: il docufilm è chiaramente anche una provocazione, perché la verità è che per avere queste soddisfazioni nella maggior parte dei casi bisogna farsi in quattro, e forse anche di più».

Di |2024-06-12T20:54:05+01:00Ottobre 17th, 2022|MF|0 Commenti