Le previsioni sull’anno cinese del coniglio, secondo la sinologa Giada Messetti


«Bisogna capire se la Cina riesce a ripartire. Questa è la grande sfida che il governo cinese ha davanti. Far passare le ondate Covid e poi ripartire». Giada Messetti, sinologa e autrice tv, di recente ha pubblicato “La Cina è già qui: perché è urgente capire come pensa il Dragone” (Mondadori).

Proviamo a capire con lei cosa aspettarsi dalla Cina nell’anno del coniglio, il 2023, tra Covid, economia e geopolitica.

Più di tre anni fa in Cina ha cominciato a diffondersi il Covid-19. Qual è la situazione attuale?
La Cina è ancora nel pieno dell’ondata di Covid perché, avendo deciso di eliminare il 7 dicembre in maniera sorprendente e soprattutto non graduale la politica zero Covid, è stata travolta dal virus. La popolazione, a causa dei lockdown, non era entrata in contatto con il virus e di conseguenza questo ha avuto la possibilità di diffondersi in una prateria di centinaia di milioni di persone. Individui mai contagiati e in minima parte vaccinati, ma con vaccini che non hanno l’efficacia di quelli occidentali a mRNA perché hanno una tecnologia più obsoleta. Lo scontento popolare e la crisi economica sono state le due motivazioni per cui il governo ha dovuto cambiare politica. Il partito avrebbe voluto abolire le restrizioni a marzo-aprile perché ci sarebbe stato meno freddo e gli anziani sarebbero stati più vaccinati (magari con i vaccini cinesi a mRNA ora in sperimentazione), ma la situazione non lo permetteva più. Hanno dovuto togliere il tappo di una pentola che cominciava a ribollire.

È come se la Cina nel giro di cinque giorni fosse passata dalle restrizioni che avevamo ad aprile 2020 a quelle di gennaio 2023, ma senza avere la nostra campagna vaccinale capillare.

Cosa accadrà nel 2023?
È sempre complicato avere la sfera di cristallo, ma la Cina deve ancora subire mesi di ondate di Covid. C’è appena stato il Capodanno cinese e alcuni modelli predittivi sostengono che ci saranno ancora dei picchi sia a febbraio sia a marzo. I prossimi due-tre mesi saranno ancora di grande contagio. È come se la Cina nel giro di cinque giorni fosse passata dalle restrizioni che avevamo ad aprile 2020 a quelle di gennaio 2023, ma senza avere la nostra campagna vaccinale capillare. In Cina, quando hanno riaperto, gli over 60 erano vaccinati al 60%, quindi molto poco, anche se adesso stanno correndo ai ripari e li stanno vaccinando molto. Con la politica zero Covid, non c’era alcun motivo per vaccinarsi: non c’era l’idea di convivere con il virus, ma di eliminarlo. Quindi non c’era incentivo a vaccinarsi. Hanno fatto un salto pazzesco e il virus è partito. Vari analisti sostengono che la Cina abbia deciso di arrivare all’immunità di gregge in questa maniera un po’ cinica e veloce per poter ripartire in tarda primavera così da riaprire e tornare ai livelli pre-pandemia.

Per i cinesi quali sono stati i danni più grandi dell’isolamento con il resto del mondo?
Questa politica zero Covid ha avuto conseguenze incredibili. L’economia ha subito i danni maggiori perché i lockdown hanno portato disagi grossissimi, le aziende chiudevano, le persone perdevano il posto di lavoro, la disoccupazione giovanile aumentava. In contemporanea al Covid, c’è stata una campagna di regolamentazione delle Big Tech, che erano aziende che davano molto lavoro ai giovani. E ancora la riorganizzazione del settore dell’istruzione, con centinaia di migliaia di posti di lavoro che sono saltati. Queste sono state le conseguenze più concrete, ma più in generale un problema è stato non essere stati capaci di fare programmi. Quindi gli imprenditori che dovevano fare investimenti ci pensavano due o tre volte prima di farli in Cina perché sarebbe potuto arrivare il lockdown e sarebbe stato chiuso tutto. Le Big Tech erano diventate troppo potenti e a un certo punto il partito comunista cinese ha deciso di ridurre il loro potere. In Cina, la politica è sempre superiore all’economia: è la politica che governa l’economia. L’esempio più grande è Alibaba, per la quale il governo ha bloccato nel 2020 l’Ipo di Ant Financial, il braccio finanziario di Alibaba. Questa società era diventata un colosso che faceva concorrenza alla banca cinese senza esserne controllata. Adesso si è ridimensionato tutto il potere delle Big Tech ed è stato fatto rientrare nel discorso della prosperità comune. Quindi sono diventate delle imprese che devono in qualche modo restituire alla collettività e che spesso hanno dovuto investire in beneficenza. La vicenda di Jack Ma è stata il simbolo di quanto successo negli ultimi due anni: colpirne uno per educarne cento.

Se la Cina cresce, si può in qualche modo limitare la recessione delle altre due locomotive mondiali, che sono gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

L’economia cinese ha chiuso il 2022 con il PIL al 3%, lontano dall’8,4% del 2021 e ai minimi dagli anni Settanta. Cosa si prevede per il 2023?
Per il 2023 la stima è il PIL al 4,9%. Non è una gran crescita, ma bisogna capire se la Cina riesce a ripartire. Questa è la grande sfida che il governo cinese ha davanti. Far passare le ondate di Covid e poi ripartire. Liu He, il Vicepremier, a Davos ha affermato che la Cina si riapre al mondo, ha chiesto di investire e ha ribadito che il governo sosterrà le aziende private. C’è un tentativo di rilanciarsi anche a livello mondiale come posto dove andare a fare gli affari. A Davos è stato accolto bene perché, se la Cina si blocca, la recessione mondiale già in atto può solo peggiorare perché Pechino rimane centrale nell’economia mondiale. Se la Cina cresce, si può in qualche modo limitare la recessione delle altre due locomotive mondiali, che sono gli Stati Uniti e l’Unione europea.

Oltre alla ripartenza, ci sono fattori che potrebbero impattare in positivo o in negativo?
A causa dei contagi, ci sono settori fermi perché la gente è malata. L’altro fattore negativo è la crisi demografica, che ora è enorme e dimostra che la Cina può non essere più quel Paese giovane, energico, pieno di manodopera e proiettato nel futuro che abbiamo conosciuto finora. Non solo per la politica del figlio unico, ma soprattutto perché adesso i giovani cinesi sono come gli italiani nati negli anni Ottanta, che piano piano hanno visto che ci si laurea e non si trova lavoro e la vita costa sempre di più. In questo periodo c’è una grande corsa ai posti statali per avere la sicurezza di uno stipendio. È come se l’umore del Paese si fosse un po’ incupito. Di recente ho letto tanti post su internet e ho notato un sentimento di cupezza e di sfiducia. Ora c’è il fenomeno chiamato runxue, che significa cercare di andare all’estero. Molti giovani provano a capire se possono andare fuori dalla Cina. Ciò non succedeva da tanto. Di solito tornavano in Cina perché le occasioni erano lì. Invece adesso la percezione è che la Cina non sia più il Paese delle occasioni come era fino a cinque anni fa. È come se si stessero leccando le ferite. Hanno subito un trauma pazzesco – l’ultimo anno di politica zero Covid – e adesso la popolazione è un po’ disorientata, arrabbiata, delusa, sfiduciata. Dal punto di vista psicologico ciò ha effetto su tutto, anche sull’umore del Paese. E tutto ciò è stato creato dalla politica zero Covid. Il 2022 è stato l’anno in cui ha cominciato a scricchiolare il rapporto di fiducia tra i cittadini e il governo perché, che ci piaccia o meno, questo rapporto esiste ed era anche forte, solido. Il trauma del 2022 ha portato una frattura ed è interessante capire cosa farà il partito per rimarginarla.

Molti giovani provano a capire se possono andare fuori dalla Cina. Adesso la percezione è che la Cina non sia più il Paese delle occasioni come era fino a cinque anni fa.

In questa situazione negativa, almeno ci saranno novità positive in materia di energia e di rispetto dell’ambiente? La Cina sarà meno dipendente dai combustibili fossili?
No, anzi. Appena la Cina ripartirà, avrà bisogno di materie prime e combustibili fossili. Soprattutto nell’ultimo anno, Pechino è stata come un’auto che andava avanti con il freno a mano tirato a causa dei lockdown. Con la sua ripartenza ci saranno ripercussioni globali sul prezzo della benzina, sempre se riuscirà a tornare ai ritmi di prima. Detto ciò, bisogna tenere presente che la Cina dal punto di vista del green ha investito tanto, ma è un processo molto lungo. Pechino è il più grande produttore mondiale di energia eolica e solare. Negli ultimi dieci anni, ha fatto tanti investimenti. Il problema è che è gigantesca ed è un posto dove noi stessi siamo andati a mettere le industrie più inquinanti. Pechino avrà bisogno di decenni per diventare green. Senza contare che pro capite la Cina inquina molto meno di noi e dell’America. È grande, è un continente con un miliardo e mezzo di persone. È il più grande inquinatore del mondo ma, se si fanno le proporzioni, vediamo che in realtà non lo è. È pur sempre la fabbrica del mondo e ha bisogno di combustibili fossili. Inoltre non vedremo una Greta Thunberg cinese, ma i movimenti ambientalisti in Cina sono uno dei fenomeni più vivaci degli ultimi dieci anni. Anche in questo caso, come è successo a dicembre in seguito alle proteste contro la politica zero Covid, la presa di coscienza – da parte dei cittadini – del problema ambientale ha portato il governo a intervenire implementando politiche per ridurre l’inquinamento e per dare più sicurezza alla popolazione.

La Cina dal punto di vista del green ha investito tanto, ma è un processo molto lungo. […] Il problema è che è gigantesca ed è un posto dove noi stessi siamo andati a mettere le industrie più inquinanti. Pechino avrà bisogno di decenni per diventare green.

La nuova Via della seta collega l’economia alla geopolitica, oltre che diversi Paesi. A che punto siamo con questo programma?
La nuova Via della seta è più in sordina di una volta, ma è stata inserita nella Costituzione del partito comunista. Quindi non è un progetto che verrà abbandonato dalla Cina, anzi. In questo periodo è portato avanti in altre aree, come l’Asia centrale, dove la Russia si sta indebolendo e la Cina sta approfittando dei vuoti lasciati da Putin. Ma anche sul fronte artico, dove nell’ultimo periodo la Cina è molto attiva, perché con lo scioglimento dei ghiacciai si stanno aprendo nuove rotte. Ed ecco la Via polare della nuova Via della seta. Quindi questo progetto non è stato accantonato. Nell’ultimo anno, la Cina ha parlato anche della Global Security Initiative. Forse è il nuovo nome della Via della seta, non si capisce bene cosa sia, ma è il modo tramite il quale la Cina continua a porsi come un’alternativa alla gestione americana del mondo. Tenta di presentarsi come un fattore di stabilità nel momento in cui c’è una guerra che, secondo Pechino, è stata causata dagli Stati Uniti e dalla Nato che sono un fattore invece di grande instabilità.

A proposito del conflitto in Ucraina, come si pone e si porrà la Cina? E come potrebbe mutare il suo rapporto con la Russia?
La Cina non cambierà. Già ora sta cercando di essere più morbida nei confronti degli Stati Uniti e, dal punto di vista diplomatico, anche meno assertiva di come è stata finora. Prenderà un po’ le distanze dalla Russia, ma non la abbandonerà perché Pechino ha bisogno di Mosca. La narrazione russa dell’espansione a Est della Nato alla Cina serve per dire che gli Stati Uniti stanno facendo la stessa cosa con la Cina nell’Asia-Pacifico. Pechino non vuole rimanere sola a sostenere questa tesi, però continuerà a non andare in soccorso della Russia. Alla fine la Cina ha sempre rispettato le sanzioni occidentali e sta anche approfittando della debolezza russa. Inoltre, quando finirà la guerra in Ucraina, ci sarà la partita della ricostruzione a cui di sicuro la Cina è davvero interessata. Motivo per cui mantiene questa posizione che noi definiamo ambigua – ma che in realtà è molto cinese – di continuare a parlare con tutti, perché alla fine parla anche con l’Ucraina. Ricordiamoci sempre che quando questa guerra è iniziata la Cina era il primo partner commerciale dell’Ucraina. E Kyiv era la porta del progetto della nuova Via della seta in Europa. Quindi la Cina non è contenta di questa guerra, però allo stesso tempo non si immischierà troppo in questa vicenda. Anche perché la percezione cinese di questa guerra è diversa dalla nostra, la vedono come lontana.

Ricordiamoci sempre che quando questa guerra è iniziata la Cina era il primo partner commerciale dell’Ucraina. E Kyiv era la porta del progetto della nuova Via della seta in Europa.

Abbiamo detto della Russia, ma a proposito delle difficili relazioni con gli Stati Uniti ci potrebbero essere novità? Pensiamo ai dazi, ai chip e a Taiwan.
Taiwan resta importante perché è strategica: è il più grande produttore mondiale di microchip. È un luogo chiave nella grande sfida tecnologica tra la Cina e gli Stati Uniti. La tensione rimarrà alta, ma un’invasione cinese non avverrà nemmeno nel 2023, anche perché al momento Pechino ha talmente tanti fronti interni aperti che di sicuro non si imbarcherà in un’operazione anfibia dove è certo che gli americani entrerebbero in guerra. La Cina non ha alcun interesse ad avere la terza guerra mondiale a 150 chilometri dalla sua costa. Però Taiwan rimarrà il termometro per misurare la tensione tra Cina e Stati Uniti che non è destinata a scendere, anzi. Ormai lo scontro tra queste due nazioni governerà il mondo nei prossimi decenni. Si tratta di una vera e propria sfida per la leadership mondiale. Inoltre, avere gli Stati Uniti a guida democratica o repubblicana cambia poco nel rapporto con la Cina. Biden sta portando avanti, forse addirittura in maniera più dura del predecessore, le politiche di Trump. Ora l’America ha dichiarato in modo esplicito che il suo obiettivo è contenere la Cina. Per gli Usa, Pechino è il nemico numero uno perché ha i mezzi militari, politici e geopolitici per cambiare l’ordine mondiale. A prescindere dalla guerra in Ucraina, già ora tutte le energie americane sono sulla Cina. Per gli Stati Uniti la Russia è un problema secondario rispetto alla Cina. Sotto tutti i punti di vista, Pechino è l’unico vero competitor di Washington nel mondo. Il guanto di sfida è stato lanciato.

Di |2024-07-15T10:07:04+01:00Febbraio 13th, 2023|Economia e Mercati, MF|0 Commenti