Boeri: “Il futuro sono le città pensate come ecosistemi”


Stefano Boeri, l’architetto e urbanista conosciuto in tutto il mondo per il Bosco Verticale di Porta Nuova a Milano, è presidente della Triennale del capoluogo lombardo e direttore scientifico di ForestaMi, un progetto che ambisce piantare 3 milioni di alberi in città, promosso da diverse realtà del pubblico e del privato di Milano. Celebre per diversi progetti urbanistici in tutto il mondo che coniugano la modernità con la sostenibilità energetica e ambientale, Boeri propone, per le città, un ritorno al passato per guardare al futuro. O meglio, una rivisitazione in chiave contemporanea di alcuni criteri urbanistici che richiamano borghi e vecchi quartieri un tempo parte della città. 

“Nella fase di studio di ogni progetto – spiega Boeri – considero il fatto che ogni intervento realizzato in città la debba rendere più resistente ai cambiamenti climatici. Per fare questo servono tempo e gradualità e soprattutto decisioni radicali che rendano le città veri e propri ecosistemi urbani: tanto sociali quando ambientali”.

Boeri, lei sta mettendo in pratica una sua specifica visione del futuro in ogni progetto, ma si può dire che abbia un suo “laboratorio privilegiato” nella città di Milano dove sono molti gli interventi urbanistici che portano la sua firma o supervisione in chiave ecosostenibile. Ipotizziamo di voler disegnare la Milano del 2050. Come la rappresenterebbe?

Come una metropoli-arcipelago, fatta di 220 borghi o quartieri strettamente connessi fra loro: le 87 realtà che oggi sono circoscritte all’interno del comune di Milano dialogheranno finalmente con i 133 comuni dell’hinterland. Ciascuna di queste realtà potrà essere vissuta seguendo la logica del quartiere autosufficiente o, appunto, del borgo urbano: con una zona dotata di un’ampia area pedonale, di servizi essenziali alla vita quotidiana e autonoma dal punto di vista energetico, ma aperta anche a tutta la metropoli; ogni “isola” sarà collegata alle altre che compongono l’arcipelago metropolitano grazie ad un sistema di corridoi verdi dotati di un’alta biodiversità vegetale. Il “mare comune” sarà dunque costituito dalla natura vivente, oltre che dalle infrastrutture della mobilità pubblica e condivisa.

Suggestiva questa sua rappresentazione, ma come ci si arriva e come sta operando in una Milano che oggi è, forse, l’unica tra le città italiane a potersi definire “europea” e confrontarsi con le evoluzioni urbanistiche di Barcellona, Parigi e Londra?

Faccio un esempio concreto: con il trasportista Federico Parolotto, stiamo mettendo a punto un’idea di città in cui si moltiplicano le isole pedonali e si riduce fortemente il numero di automobili parcheggiate in strada. Il nodo è qui, eliminare i parcheggi a raso o quantomeno tassarli come accade per l’occupazione del suolo pubblico, per ridurli sensibilmente. Un passaggio graduale ma necessario. Solo in questo modo si può portare Milano a competere con le altre città europee. Così si forma una metropoli fatta di isole di comunità in cui possa rinascere un sistema di residenze stabili, le vere radici di una comunità urbana. Una città meno popolata di Airbnb – per soffermarci sul tema molto attuale degli affitti brevi – ma ricca di punti di radicamento che riportino ad un senso di forte appartenenza con il territorio.

Secondo lei questo può bastare? 

No, e stiamo già lavorando a Milano su un altro punto: il verde metropolitano. Penso che agli attuali parchi comunali debbano aggiungersi almeno altri due grandi sistemi verdi anulari: uno che unisca gli scali merci trasformati in parchi (il progetto di “fiume verde” del 2016) e un secondo grande polmone incastonato tra la città centrale e l’hinterland, che leghi Parco Nord, Parco di Trenno, Bosco in Città, parco Sud, parco delle Groane, parco delle Risaie fino, salendo, a lambire il Parco di Monza. Questo straordinario patrimonio di aree permeabili verdi e in parte coltivate farebbe di Milano un caso unico al mondo: un sistema di corridoi della biodiversità, sostenuto dal progetto ForestaMi, che porterà nuovi alberi al posto dei parcheggi a raso. Tutto ciò renderà possibile l’idea della metropoli arcipelago. Una metropoli in cui mi piace pensare che l’ombra sia uno degli elementi portanti: più alberi significa infatti più ombra e abbassamento delle temperature, oltre che assorbimento delle polveri sottili.

Questo può essere applicato solo a Milano o la città del design può rappresentare un modello virtuoso anche per il futuro di tante altre città grandi e picco del Belpaese?

Milano è un prototipo, un laboratorio dove si può anche commettere qualche errore. Ma l’esempio che le facevo dice che un progetto come ForestaMi non può esistere senza le decine di comuni dell’hinterland. Se la sostenibilità energetica è importante nella crescita di una città che vuole scendere dal podio delle più inquinate d’Europa, è fondamentale anche per città di dimensioni più piccole.

Penso ad una città che non solo lavora sulla riduzione dei consumi, ma che sfrutta le grandi risorse che ha di acqua di falda e la geotermia per produrre energia pulita. Milano deve rilanciarsi partendo dai suoi elementi fondamentali e l’acqua è sicuramente uno di questi.

La sostenibilità ha un costo economico. Non c’è il rischio di accentuare le disuguaglianze sociali?

La sfida è proprio qui, nel mantenere un equilibrio tra innovazione e generosità. Accompagnando le trasformazioni con lo sviluppo delle grandi imprese a vocazione sociale e del Terzo Settore. E con un’operazione importante sul mercato delle abitazioni: costruendo edilizia popolare e convenzionata moderna o riqualificando l’esistente, recuperando magari i tanti uffici abbandonati e sfitti. Solo mettendo insieme tutti questi elementi Milano diventerebbe non solo una città bellissima, ma anche una città dalla quale non si vuole più scappare.

Progetto case popolari Monza

È per questo che ha lavorato in prima persona a Monza, in Brianza a pochi chilometri da Milano, a un progetto di case popolari che abbiano tutti i criteri che ci ha descritto fin qui?

L’intervento per le case popolari di Monza è la dimostrazione che autosufficienza energetica e inclusione sociale possano essere i due pilastri di una rigenerazione dell’edilizia popolare ovunque. Il progetto non solo si propone di migliorare la qualità della vita dei residenti, introducendo un sistema di balconi, di facciate verdi e di spazi di socialità tra i due blocchi e nei loro portici, ma grazie alle superfici fotovoltaiche sulle coperture e alla riduzione dei consumi permessa dall’intervento sulle facciate, permetterà ai due edifici – di proprietà dell’Aler, l’ente di Regione Lombardia che gestisce l’edilizia pubblica convenzionata – di costituire una forma innovativa e avanzata di comunità energetica, in grado di distribuire tra le famiglie meno abbienti i vantaggi ricavati dal contributo energetico che eccede i bisogni degli edifici stessi. 

La riqualificazione energetica delle case popolari, strutture che hanno più di 40 anni, migliora l’impatto energetico complessivo di una città, ma riduce anche le spese di chi le abita, con l’auspicio di tagliare le morosità per gli inquilini a basso reddito.

Esattamente. Vivere in un posto a basso impatto energetico ti aiuta a gestire meglio l’energia che utilizzi. Inoltre in questo progetto abbiamo voluto migliorare non solo le condizioni delle abitazioni e degli spazi, ma soprattutto modificare la qualità della vita delle persone che li abitano e la loro condizione sociale. È prevista infatti una riqualificazione di ampio respiro che contempla non solo gli immobili, ma anche il contesto urbano in cui si inseriscono. Lo spazio sociale e quello fisico di uno specifico contesto urbano residenziale definiscono infatti, insieme, il benessere e la socialità degli abitanti.

Di |2024-06-14T07:37:49+01:00Luglio 31st, 2023|Lifestyle, MF, Sostenibilità e CSR|0 Commenti