Tra tensioni globali e divisioni ideologiche, la Cop28 di Dubai parte in salita


A Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dal 30 novembre al 12 dicembre 2023, si tiene la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: la ventottesima Cop (Conferenza delle parti, Cop28). La precedente Cop27 era stata a Sharm El-Sheikh, in Egitto, alla fine del 2022. 

Tra i due eventi Onu, è intercorso un anno di fenomeni meteorologici estremi resi più probabili dal cambiamento climatico: le ondate di calore in Nord America, Cina e Europa, l’alluvione in Libia, la siccità in Somalia, gli incendi in Canada. Senza dimenticare le guerre in Ucraina, Nagorno-Karabakh e Israele. E i colpi di Stato in Sudan, Niger e Gabon.

Con queste premesse, le aspettative per le sorti del clima sono minime. Soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco terroristico di Hamas che ha cambiato la storia del conflitto in Israele e frammentato ancora di più l’assetto geopolitico mondiale. Divisioni ideologiche e scontri rendono molto difficili i negoziati di Dubai. La speranza resta comunque un accordo che possa nei fatti contribuire ad affrontare l’emergenza ambientale nella maniera più equa possibile.

Secondo il programma dell’evento, alla Cop28 si discuterà di giustizia climatica, finanza, energia, giusta transizione, equità di genere e generazionale, salute, biodiversità. Per la prima volta dall’accordo di Parigi del 2015 – quello dello storico limite di 1,5 gradi di aumento della temperatura media globale rispetto all’era preindustriale – verrà fatta una valutazione dei progressi compiuti dagli Stati.

Da dove partiamo

Per capire come andrà la Cop del 2023 è necessario un riassunto dell’episodio precedente. La Cop27 non è finita benissimo. L’accordo firmato a Sharm el-Sheikh impegna le parti (le delegazioni degli Stati) su due aspetti: un fondo di compensazione per i Paesi in via di sviluppo più esposti agli effetti del cambiamento climatico e l’impegno – ambizioso – a rispettare il limite di 1,5 gradi.

Il denaro accumulato nel fondo potrà essere utilizzato per finanziare attività di gestione delle emergenze e messa in sicurezza dei territori nei Paesi più poveri colpiti con sempre più frequenza da fenomeni meteorologici estremi. Il documento firmato in Egitto è però vago su numerose questioni. Non è chiaro chi dovrà erogare questi fondi “loss and damage” (perdite e danni), chi li dovrà gestire, quanti soldi verranno dati, a chi, e a quali condizioni.

Altra questione irrisolta dall’accordo di Cop27 è come il mondo possa restare nel limite di 1,5 gradi, considerando che non c’è alcun riferimento alla possibilità di abbandonare i combustibili fossili, causa principale delle emissioni di anidride carbonica e quindi del riscaldamento globale. 

Dal punto di vista della mitigazione – che nel linguaggio della diplomazia climatica significa riduzione delle emissioni di gas serra – quello della Cop27 è stato un anno perso, e l’assegnazione della successiva Cop agli Emirati Arabi ha suscitato molte polemiche per il conflitto di interesse che il Paese del golfo ha con il settore oil and gas. Il 30% del PIL dello Stato è infatti generato dall’industria dei combustibili fossili e, a guidare l’evento sul clima, sarà Sultan Ahmed Al-Jaber, Amministratore Delegato della principale azienda petrolifera nazionale, l’Abu Dhabi national oil company (Adnoc).

Le prospettive

A inizio ottobre, dal palco dell’Energy Exhibition di Abu Dhabi, il presidente di Cop28 Al-Jaber aveva dichiarato: «Dovete mettere a tacere gli scettici», esortando la platea delle grandi compagnie energetiche a investire nelle rinnovabili e nei sistemi di cattura del carbonio. A un mese dai negoziati, poi, ha inviato alle delegazioni che parteciperanno alla Cop le sue linee guida per l’evento.

Tra le righe del programma si legge: «A responsible phase down of unabated fossil fuels», cioè una riduzione graduale dei combustibili fossili non trattati. Il termine «unabated» concede la possibilità di usare fonti fossili a patto che le emissioni di CO della loro combustione vengano in qualche modo catturate e sottratte all’atmosfera. Una soluzione di compromesso, insomma, anche perché il piano della azienda petrolifera di Al-Jaber è quello di aumentare l’estrazione da qui al 2030. Non proprio in linea con la transizione, insomma.

L’aspettativa più realistica per la Cop di Al-Jaber è forse l’attuazione del fondo “loss and damage”. In Egitto è stato istituito un apposito comitato per definire la tassonomia delle perdite e dei danni entro l’inizio della Cop28. Il comitato designato dall’Onu è al lavoro: l’ultima riunione si è conclusa il 20 ottobre. Per avere un ordine di grandezza dei danni economici dovuti agli eventi estremi attribuibili al cambiamento climatico, uno studio pubblicato su “Nature Communications” a settembre 2023 ha stimato un costo medio annuo di 143 miliardi di dollari. 

Alla Cop27 era stata proprio l’Unione Europea a sbloccare le condizioni che hanno permesso l’accordo sul fondo “perdite e danni”. Ai negoziati per il clima, gli Stati membri partecipano sia come singoli che come delegazione europea. Il 17 ottobre il Consiglio dell’Unione si è riunito per decidere la posizione negoziale dell’UE alla prossima Cop: abbandono dei combustibili fossili che non hanno sistemi di cattura della CO2, aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, ricerca di finanziamenti per il fondo “perdite e danni”. 

A Sharm el-Sheikh come commissario per il clima c’era il vicepresidente della Commissione Europea incaricato del Green deal, Frans Timmermans. Dopo le sue dimissioni, alla Cop28 andrà Wopke Hoekstra, nuovo commissario per il clima, nonostante il suo passato da dipendente dell’azienda di idrocarburi Shell.

Di |2024-06-14T07:37:56+01:00Novembre 30th, 2023|Economia e Mercati, MF, Sostenibilità e CSR|0 Commenti