Economia della montagna: dal tramonto dello sci di massa ai business più sostenibili


Le proporzioni temporali in montagna sono differenti rispetto a quelle della città. L’incedere cronologico che giù a valle si misura in ore, minuti, addirittura in secondi, in montagna lo si calcola in stagioni. Quella invernale è, per chi vive di montagna, come il debutto per una compagnia teatrale alle prese con un nuovo spettacolo, il momento in cui ci si gioca tutto. Perché se gli affari vanno bene d’inverno, il resto dell’anno lo si vivrà di rendita.

Ma a gennaio, in piena stagione invernale, in Italia Alpi e Appennini si presentavano spogliate dal loro abituale manto nevoso. «Lo sci di massa è al tramonto», spiega Maurizio Dematteis, giornalista reporter esperto di montagna e autore del libro “Inverno liquido” (Derive Approdi, Roma 2022), scritto insieme a Michele Nardelli. «Al momento, le grandi strutture si rivolgono di più ai mercati internazionali. Per noi italiani, invece, quello dello sci alpino sta diventando un discorso elitario soprattutto per i costi sempre più alti».

Come ci dicono i dati raccolti da Berkeley Earth, quest’anno mancano circa i due terzi delle risorse idriche nivali abituali in Europa. In particolare, c’è stato un calo dell’altezza media della neve in Austria, Francia, Germania, Italia, Slovenia e Svizzera pari all’8,4% tra il 1971 e il 2019. A causa dell’inquinamento, le temperature globali sono aumentate di circa 1,1°C in media dai tempi della rivoluzione industriale. Il tasso di riscaldamento nelle Alpi è salito quasi il doppio rispetto alle altre aree del globo, raggiungendo i 2°C. Ciò è in parte dovuto al fatto che il riscaldamento sulle masse terrestri è maggiore rispetto agli oceani, ma anche al fatto che le Alpi hanno visto più sole e meno nuvole.

«Del declino dell’economia della montagna me ne sono accorto una dozzina di anni fa, almeno», spiega Dematteis. «Iniziavano a esserci inverni anomali e a farne le spese erano le stazioni più piccole, dove non si lavora la neve. Ho notato che sul mio territorio, quello del Piemonte, alcune di queste attività non riuscivano più a restare in piedi, danneggiando pesantemente le famiglie che del business dello sci ci vivevano».

Lo sci è arrivato sulle Alpi nel 1880, ma ci è voluto quasi un secolo perché diventasse di moda. Incarnato dall’attrice Brigitte Bardot in luoghi come Sankt Moritz negli anni Sessanta e Settanta, decollò come mercato di massa nel decennio successivo. Gli investimenti furono moltissimi, visto che il settore si presentava altamente remunerativo. A contribuire a tale successo furono il diffondersi, in Europa e Nordamerica, di stazioni sciistiche attrezzate, soprattutto con impianti di risalita, e di collegamenti ferroviari e stradali che consentivano di raggiungere in tempi brevi anche partendo dalle città di pianura.

Fino agli anni Novanta questa è stata un’economia florida, impattante, che ha cambiato la faccia del territorio e ha mantenuto molte persone in quota.

Maurizio Dematteis

Ma a decretare il vero e proprio successo di pubblico dello sci alpino fu in modo determinante la televisione che, con i VII Giochi olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo del 1956, i primi a essere interamente trasmessi sul piccolo schermo, lanciò di fatto la moda. «Fino agli anni Novanta questa è stata un’economia florida, impattante, che ha cambiato la faccia del territorio e ha mantenuto molte persone in quota», spiega Dematteis. Il problema di questo grande sviluppo delle attività, che ha portato migliaia di persone in montagna, è che in molte località si è adottato un approccio «monoculturale» delle attività economiche, elevando il business dello sci a unica fonte di guadagno, escludendo tutte le alternative. E ora che non è più sostenibile, molte comunità rischiano il fallimento.

Diversi anni dopo, la situazione per le stazioni sciistiche è profondamente peggiorata. Per via del surriscaldamento globale dai quattro mesi di attività che garantiva all’anno l’industria dello sci alpino, oggi i mesi si sono ridotti a tre, quando va bene, causando ingenti perdite per il settore. Negli anni peggiori, capita che si salti del tutto la stagione.

Un dato interessante è quello che registra la crescita a partire dagli anni Novanta dell’utilizzo di macchine per l’innevamento artificiale, che spruzzano acqua per creare cristalli di ghiaccio di pochi decimi di millimetro di diametro, mascherando a molti sciatori la perdita di neve naturale. La neve artificiale è ora utilizzata in tutte le principali località sciistiche e persino in un numero crescente di quelle più piccole. Durante la stagione sciistica 2020-2021, circa la metà delle piste da sci svizzere è stata innevata con questo metodo. Anche se si prevede che il suo utilizzo si espanda in futuro, permangono ostacoli come il costo, la disponibilità di acqua e le emissioni dovute all’energia necessaria a queste macchine.

Gli esperti fanno sapere che la tendenza al disgelo continuerà in questa direzione. Luca Mercalli, autorevole meteorologo italiano, afferma addirittura che alle stazioni sciistiche ad alta quota rimangono circa quaranta anni di vita. Si tratta di un orizzonte temporale a cui gli amministratori devono guardare per pensare a modelli diversi di sviluppo se non vogliono essere colti impreparati quando succederà.

Per via del surriscaldamento globale dai quattro mesi di attività che garantiva all’anno l’industria dello sci alpino, oggi i mesi si sono ridotti a tre, quando va bene, causando ingenti perdite per il settore.

«Il pubblico è intervenuto massicciamente per sostenere gli impianti, specie durante il Covid. Ma a questo punto è giusto interrogarsi quanto ancora convenga: non bisogna adagiarsi sugli ammortizzatori sociali», ricorda Dematteis, perché se la situazione continuerà ad essere questa,  il settore dello sci alpino di massa avrà bisogno di sempre maggiori aiuti da parte dello Stato. La soluzione migliore sarebbe quella di diversificare il prodotto turistico, al fine di rendere le zone alpine meno fragili rispetto alle difficoltà economiche, ma anche perché la crisi climatica ha turbato irrimediabilmente gli equilibri territoriali.

Ma ci sono realtà che già lo fanno. «La Val Maira o la Valtellina hanno puntato anche su altri tipi di offerta turistica, come il trekking, il wellness o la cultura, e infatti queste località sono uscite meglio dalla crisi degli ultimi anni», spiega Dematteis. In molti casi, però, il connubio positivo tra impianti sciistici e altre attività più radicate nel territorio non è stato possibile perché, anche se sono due settori molto diversi, la crisi degli impianti impatta sui piccoli imprenditori che provano ad allargarsi. «D’altronde conviene poco investire in marketing per sponsorizzare un vino locale quando mancano i volumi commerciali e sei in grado di vendere solo diecimila bottiglie l’anno», spiega il giornalista riferendosi a un caso che ha osservato in alta Val di Susa.

Se allora è veramente finito il turismo di larga scala, perché il modello di business dello sci non regge più, alcuni sperimentano una nuova forma di turismo, come dice Dematteis, «con il senso del limite». Nel libro scritto insieme a Nardelli, lui e il collega vanno alla ricerca di questi esempi virtuosi traghettati verso una diversa organizzazione economico-sociale del territorio, trovandone diversi. Basti pensare alla stazione sciistica di Prali in Val Germanasca, dove gli imprenditori locali, autotassandosi, hanno deciso di creare un consorzio per la gestione della nuova seggiovia. Un modo per incentivare anche tutte le aziende agricole del territorio limitrofo.

La Val Maira o la Valtellina hanno puntato anche su altri tipi di offerta turistica, come il trekking, il wellness o la cultura, e infatti queste località sono uscite meglio dalla crisi degli ultimi anni.

«Ma non bisogna pensare solo al turismo come metodo per valorizzare un territorio», ricorda il giornalista. «Sono appetibili tutti quei luoghi che hanno comunità, cultura, tradizioni. Bisogna certamente incentivare le produzioni di qualità e innovative in questi posti, ma si dovrebbe anche prendere in considerazione l’idea di delocalizzare in montagna alcune attività che non si possono svolgere in città, come è stato fatto ad esempio per il distaccamento dell’università di Torino (il centro di alta formazione sugli ungulati in Val Varaita), un esempio interessante di dialogo tra città e montagna». Passando anche per le centrali di energie rinnovabili, un settore che possiede un ampio margine di sviluppo.

Tutto questo dovrebbe essere abbastanza per liberare la montagna dalla necessità del turismo come unica forma di sostentamento per la popolazione che abita in alta quota. «I momenti di passaggio sono i più traumatici: ci saranno alcune comunità che ne risentiranno di più, altre di meno», conclude Dematteis. «Ma chi si muoverà per primo sarà anche in grado di venirne fuori».

Di |2024-06-14T07:37:34+01:00Febbraio 17th, 2023|Economia e Mercati, Lifestyle, MF|0 Commenti