Cause, conseguenze e costi dell’inflazione, spiegati da Stefano Feltri


Da due anni l’inflazione è tornata un elemento centrale nelle vite di ognuno di noi, causando una prolungata incertezza e un impoverimento generalizzato della popolazione. La sua crescita è stata molto rapida e ampia. Ora la corsa dei prezzi sembra rallentare, ma il caro vita resta comunque un fardello pesante in un Paese come l’Italia in cui i salari crescono a rilento.

A ottobre e novembre 2022, in Italia l’inflazione aveva raggiunto il 12,6% rispetto all’anno precedente. Un dato simile si era registrato l’ultima volta a inizio degli anni Ottanta, ed è molto lontano dai livelli avuti in Italia e in Europa nel recente passato, in cui l’inflazione è stata a lungo molto contenuta, intorno all’1%, diventando addirittura negativa per alcuni mesi tra il 2014 e il 2016 e nella seconda parte del 2020.

Dopo aver toccato il picco lo scorso autunno, l’inflazione ha ridotto il ritmo della sua crescita, ma il ritorno a valori normali è ancora molto lontano, come mostra il dato di agosto, quando l’inflazione in Italia è stata pari al 5,5%, ben maggiore dell’obiettivo del 2% fissato dalla Banca Centrale Europa.

Per approfondire le cause dell’inflazione e, soprattutto, per cercare di capire come mai la sua discesa sia così lenta, abbiamo parlato con Stefano Feltri, giornalista economico, che cura la newsletter Appunti e il programma “Le parole dell’economia” su Radio3, e che all’inflazione ha dedicato un libro intitolato “Inflazione. Cos’è, da dove viene e come ne usciremo”, pubblicato da Utet.

Partiamo dalle definizioni.

Cosa intendiamo quando parliamo di inflazione?

L’inflazione è l’aumento generalizzato del livello dei prezzi di beni e servizi, ed erode il potere di acquisto di tutti i consumatori, costringendoli a spendere più denaro per la stessa quantità di beni. Tuttavia, l’inflazione non colpisce in modo identico tutta la popolazione e impatta maggiormente le fasce di popolazione più povere, che spendono la maggior parte del proprio reddito per beni di consumo essenziali, come il cibo e l’energia, che risentono maggiormente della variazione dei prezzi, e il cui consumo non può essere ridotto più di tanto. Per questo, l’inflazione viene spesso paragonata a una tassa regressiva, dato che il suo impatto si riduce con l’aumentare del reddito.

Secondo Feltri, le cause dell’inflazione nel nostro Paese sono molteplici, alcune di queste sono molto recenti, altre risalgono a più di dieci anni fa, come le politiche monetarie straordinarie, create per cercare di superare la crisi finanziari scoppiata negli Stati Uniti nel 2008. All’epoca si temeva una deflazione, cioè una riduzione dei prezzi, e che una diminuzione delle capacità di crescita delle economie occidentali. Vennero quindi avviate politiche monetarie non ordinarie per sostenere la crescita economica sia negli Stati Uniti sia in Europa, senza curarsi troppo di un futuro aumento dell’inflazione.

«Alcune di queste politiche monetarie, come il famoso quantitative easing, avevano l’esplicito obiettivo di creare inflazione», dice Stefano Feltri. «Sugli effetti di queste politiche si è aggiunto il doppio shock della pandemia e della guerra in Ucraina».

La pandemia ha inciso perché ha distrutto temporaneamente le catene del valore facendo crescere i costi delle merci e dei servizi, mentre il conflitto ha fatto aumentare i prezzi dei beni energetici.

«Entrambi questi shock, che potevano essere temporanei, hanno accelerato delle altre tendenze di lungo periodo», dice Feltri. «Il primo cambiamento strutturale è la revisione della globalizzazione, in cui si passa da una globalizzazione unica fondata sul costo più basso, a una globalizzazione per area, basata sull’affidabilità dei Paesi partner, che per questo viene detta Friendshoring. Il secondo è la transizione ecologica, che per struttura prevede che alcune fonti di energia debbano diventare più costose e altre debbano essere incentivate con sussidi. Il terzo, che coinvolge molto l’Italia, è la questione dell’invecchiamento della popolazione».

Feltri scrive nel libro che le banche centrali avrebbero potuto intervenire prima, magari già a fine 2021. «Tuttavia», spiega, «questo avrebbe potuto rendere inefficaci una parte di quelle misure che le stesse banche centrali avevano introdotto per permettere la spesa in deficit degli Stati per contrastare le conseguenze della pandemia».

Perché l’inflazione scende così lentamente?

L’inflazione sta diminuendo molto lentamente, tanto che la stessa BCE ha rivisto le sue stime sull’inflazione al rialzo per il 2023 e il 2024 e ora prevede che solo nel 2025 ritornerà sulla soglia del 2%.

«In parte questo dipende dai tempi di funzionamento della politica monetaria», dice Feltri. «Secondo la teoria economica, in genere bisogna considerare un ritardo di 12-24 mesi tra quando si prende una decisione e quando si producono gli effetti. Questo vale anche per le decisioni prese in passato: se in una fase le condizioni sono state troppo favorevoli, questo eccesso di spinta all’economia permane per molto tempo», dice Feltri.

«Inoltre, la BCE agisce con degli strumenti che possono aumentare o abbassare il livello della marea dell’economia, ma molte cose si muovono in modo indipendente. Sull’inflazione hanno grande impatto le componenti volatili, come il prezzo del cibo e dell’energia che, restando molto alti, tengono il livello dell’inflazione complessiva elevato perché si trasmettono ad altre parti dell’economia», dice Feltri. Ci sono poi anche le spinte differite, come quelle che arrivano dal mercato del lavoro, dove gli adeguamenti salariali avvengono periodicamente.

Chi sono i più penalizzati?

L’inflazione colpisce soprattutto le fasce meno ricche della popolazione, ma anche molti altri soggetti ne sono penalizzati.

«Chi verrà penalizzato di più dipende da quanto durerà l’inflazione alta», commenta Feltri. «I contratti collettivi del lavoro vengono rivisti periodicamente, mentre i prezzi si muovono più rapidamente, quindi i lavoratori sono esposti ad un alto rischio. Le imprese, invece, sono in grado di adeguare i prezzi ai costi nel breve periodo, ma poi nel medio periodo aumentano le difficoltà perché si devono confrontare con costi del lavoro crescenti e un mercato che potenzialmente si restringe. Infine, anche i risparmiatori vengono colpiti dall’inflazione, perché tenere soldi in conto corrente o avere investimenti che non sono indicizzati all’inflazione riduce il valore del denaro».

Ma ci sono anche altri aspetti da tenere in considerazione. Le aspettative hanno un ruolo fondamentale nella formazione e gestione dell’inflazione, e dopo due decenni in cui l’inflazione è stata bassa o nulla è anche possibile che la popolazione non credesse che livelli di inflazione così ampi potessero tornare. «La percezione che avevamo temo abbia contribuito a sottovalutare il problema», dice Feltri. «Non solo non eravamo più abituati all’inflazione, ma siamo entrati in questa crisi dopo due anni di pandemia, dove non valevano più le regole economiche normali, dato che tutto era fermo, e c’erano soldi a pioggia da parte degli Stati».

Di |2024-06-14T07:37:54+01:00Ottobre 23rd, 2023|Economia e Mercati, Lifestyle, MF|0 Commenti