Perché la settimana corta viene applicata ancora poco


Una settimana corta di quattro giorni e mezzo, mantenendo le 39 ore settimanali, a parità di stipendio. A marzo Mondelez International ha deciso di cambiare il calendario settimanale dei suoi lavoratori e accorciare il venerdì, facendolo concludere intorno all’ora di pranzo. Un accordo sperimentale, della durata di un anno, riguardante solo i 250 dipendenti di Milano. Che si aggiunge ad altri esperimenti che in Italia e all’estero si stanno compiendo sul fronte della riduzione dell’orario di lavoro settimanale.

La pandemia ha contribuito ad accelerare questo tipo di riflessioni. Ma, al di là dei singoli casi raccontati nelle pagine dei giornali, è evidente che le sperimentazioni sulla settimana corta non abbiano ancora attecchito del tutto. Il modello fa fatica a imporsi e non ha trovato ancora una certificazione della sua efficacia.

Forse perché non è esattamente il tipo di soluzione che il mercato, o meglio, i lavoratori, richiedono. Ce lo spiega Antonio Aloisi, docente di diritto del lavoro alla IE Law School di Madrid e autore, con Valerio De Stefano, di “Il tuo capo è un algoritmo” (Laterza). «La mia impressione», dice Aloisi, «è che tutte queste sperimentazioni sulla settimana corta, sia a livello pubblico sia a livello privato, siano una risposta parzialmente sbagliata a una questione molto seria e su cui bisogna intervenire, che è quella della ridefinizione dell’orario di lavoro secondo nuove esigenze».

Sembra una risposta parzialmente sbagliata a una questione molto seria e su cui bisogna intervenire, che è quella della ridefinizione dell’orario di lavoro secondo nuove esigenze.

Ridefinire anziché ridurre l’orario di lavoro

L’orario di lavoro è un elemento protettivo per i lavoratori e ne tutela la salute, assicurandosi che non si ecceda rischiando infortuni e altri problemi. E poi, ovviamente, l’orario è connesso al salario con una correlazione diretta.

Se oggi c’è bisogno di intervenire sull’orario di lavoro è perché c’è stata quella che Aloisi definisce «un’apertura a ventaglio» della giornata lavorativa, soprattutto con la pandemia. Il Covid e l’aumento dello smart working hanno allungato l’orario di lavoro del 13% circa, almeno per tanti “lavoratori della conoscenza”, cioè quelli impiegati in mansioni non essenziali e non fisiche.

Avere un equilibrio tra lavoro e vita privata è diventata una priorità crescente per molti lavoratori. «I quattro giorni dovrebbero aiutare i lavoratori, o almeno una parte, a riprendersi spazi e tempi di vita privata», dice Aloisi, «ma questa formula raggiunge davvero l’obiettivo? Togliendo un giorno di lavoro si arriverà a concentrare tutto in meno giorni, ma quelli rischiano di diventare giorni in cui la vita lavorativa prende il sopravvento».

Togliendo un giorno di lavoro si arriverà a concentrare tutto in meno giorni, ma quelli rischiano di diventare giorni in cui la vita lavorativa prende il sopravvento.

Un modo migliore per intervenire sulla separazione tra vita lavorativa e vita privata, spiega Aloisi, potrebbe invece essere quello di aggiungere flessibilità ai giorni di lavoro, cioè aggiungere slot di orari possibili in cui lavorare. In una parola: desincronizzare.

«Dare ai dipendenti di un’azienda la possibilità di entrare e uscire dall’ufficio con grande flessibilità di orari serve, per fare un esempio, a usufruire di tanti servizi della pubblica amministrazione che funzionano solo dalle 9 alle 17 e che al momento non sono fruibili da chi ha un ruolo impiegatizio con questo stesso orario di lavoro».

Una mappa della settimana corta

L’introduzione della settimana corta è un argomento di discussione globale. A fine aprile, ad esempio, in California è stata presentata una proposta di legge al Parlamento locale per ridurre le ore lavorative da 40 a 32, senza diminuzione di stipendio. Di recente il Belgio ha introdotto nel dibattito politico la “settimana corta a parità di retribuzione”.  Il Regno Unito, a gennaio, ha annunciato il lancio di un periodo di prova, di sei mesi, della settimana lavorativa di quattro giorni che inizierà a giugno. E anche in Asia, in cui molti Paesi hanno orari di lavoro notoriamente lunghi, come Corea del Sud, Cina e Giappone, molti lavoratori stanno mostrando interesse per la settimana lavorativa di quattro giorni.

L’idea è di lavorare meno ore, per lo stesso stipendio, senza perdere produttività. Anzi, rendendo tutti più felici e produttivi. Come dimostrerebbero i dati del primo esperimento svolto in Islanda, Paese pioniere della riduzione dell’orario lavorativo, dove il 15% della forza lavoro dal 2020 sta già andando in ufficio un giorno in meno a settimana.

Ma come ha fatto notare il sito americano Axios, al di là dell’attenzione che i singoli esperimenti ricevono a livello mediatico, nel complesso il mondo del lavoro non si sta muovendo affatto in questa direzione. A gennaio, per esempio, negli Stati Uniti c’erano solo 1.700 annunci di lavoro che pubblicizzavano settimane lavorative di quattro giorni per ogni milione di offerte. Troppo poco per parlare di vero e proprio trend.

Di |2024-07-15T10:06:51+01:00Maggio 27th, 2022|Lifestyle, MF, Smart Working|0 Commenti