Spreco di cibo: in Italia siamo bravi, ma si può far meglio


Ogni anno, nel mondo, lo spreco di cibo è in media di 121 chilogrammi a persona. L’Italia resta la nazione più virtuosa nel “G8 dello spreco” che vede i russi a quota 672 grammi settimanali, gli spagnoli a 836 grammi e, quindi, i cittadini inglesi con 949 g, i tedeschi con 1081 g, i canadesi con 1144 g di spreco. Seguono i cinesi con 1153 grammi e, in fondo, i cittadini statunitensi che sprecano di 1453 grammi di cibo settimanali.

Salvare dal bidone della spazzatura alimenti che valgono – solo nel nostro Paese – 10 miliardi di euro l’anno, è facile capirlo, è tanto un risparmio quanto un guadagno: per le tasche e per l’ambiente, soprattutto. Una sostanziosa bolletta energetica nazionale, per dirla con la questione che più colpisce oggi i portafogli. 

I numeri dell’Osservatorio Waste Watcher International

I dati dell’Osservatorio Waste Watcher International della Campagna Spreco Zero rilevati per l’Italia parlano di “soli” 31 chilogrammi pro-capite gettati ogni anno, un terzo in meno rispetto agli Stati Uniti. Ma non basta. Anche perché la nostra salute, quella del pianeta che abitiamo e lo spreco alimentare generato dall’umanità, sono intimamente collegati. Sprecare cibo ancora commestibile oltre a porre una questione etica – si pensi anche solo all’impoverimento della popolazione mondiale che, causa pandemia, non ha accesso sufficiente agli alimenti – genera un impatto negativo sull’ambiente e sulla nostra salute. Se possiamo essere orgogliosi che il G8 dello spreco trovi l’Italia al primo posto fra i Paesi virtuosi con meno chilogrammi di cibo gettati ogni anno, non dobbiamo chiudere gli occhi davanti alla spazzatura che si potrebbe evitare: nel bidone si trovano ancora alimenti di alto valore nutrizionale come frutta e verdura fresca, latte, pane e derivati, latticini a partire dallo yogurt. 

Non serve fare gli asceti, ma…

La produzione di quegli alimenti che più vanno sprecati – secondo l’Osservatorio Waste Watcher International – ha un doppio impatto negativo sull’ambiente. Innanzitutto per l’uso delle risorse naturali: si pensi al suolo per coltivare, all’acqua per irrigare, all’energia per le macchine agricole e per gli impianti di allevamento, all’impiego di mezzi tecnici come i fertilizzanti per aumentare la produzione e i pesticidi per difendere le piante dalle malattie. In secondo luogo, per smaltire gli scarti e i rifiuti si pagano rilevanti costi ambientali ed economici. Messi insieme questi elementi, il risultato è che lo spreco alimentare globale – che ammonta ad un terzo di ciò che si produce secondo la Fao – è il terzo “produttore” di gas climalteranti, cioè quei gas che incidono sul riscaldamento globale di cui il mondo soffre. L’obiettivo è azzerare lo spreco alimentare domestico, quello che si può controllare direttamente a partire da cosa e dove si acquistano gli alimenti, da come li si conserva, e quindi da come si mangia nelle case, ma anche nei ristoranti e nelle mense.

Le basi della piramide alimentare

La proposta della Campagna Spreco Zero è quella di puntare ad avere abbastanza. Ovvero quanto basta. Che è anche il motto più usato nella cucina domestica di una volta. Una “ricetta” valida sempre, quella di non superare i limiti e che non spreca niente.

E proprio su questo tema che l’Osservatorio Waste Watcher International “salda” la battaglia per la salute alimentare e quella del pianeta. Perché, i prodotti che si gettano maggiormente sono proprio gli alimenti base della dieta sostenibile per eccellenza, come riconosce la stessa Fao. Ci sono altri collegamenti netti e fitti fra spreco e dieta, visto che quello che sprechiamo c’entra con il cibo che produciamo e mangiamo. C’è un passo ulteriore da compiere e riguarda la qualità di questo cibo. Il Belpaese per tasso di obesità, soprattutto tra i giovani, sta rapidamente aumentando parallelamente all’allontanamento dallo stile di vita legato alla dieta mediterranea e al suo correlato stile di vita. Secondo l’Osservatorio, nel corso del 2020 la dieta mediterranea per via del lockdown è entrata nelle case degli italiani: dopo il primo lockdown 4 italiani su 10 hanno cambiato il loro stile alimentare e 6 italiani su 10 hanno dichiarato di privilegiare un regime nutrizionale ispirato alla dieta mediterranea perché più salutare, con cibi freschi, tanta frutta e molta verdura, legumi e proteine prevalentemente vegetali. Il 43,5 per cento degli intervistati ha dichiarato di aver acquistato più verdure fresche, il 43,1 di aver acquistato più frutta fresca e il 36,8 di aver acquistato più legumi.

Inoltre la maggiore disponibilità di tempo, favorita dallo smart working, ha permesso agli italiani di dedicare più tempo alla cucina e certamente il lockdown ha imposto un “corso accelerato di educazione alimentare e di economia domestica”. Tuttavia, i dati dell’incremento delle patologie legate ad un’alimentazione squilibrata – diabete, malattie cardiovascolari – sono una sentinella di allarme che deve far riflettere e agire anche su questo fronte. E in fondo è bastato uscire di casa con le restrizioni anticovid allentate per registrare, dato dell’Osservatorio sul primo trimestre del 2022, un incremento dello spreco domestico del 15 per cento pro-capite, quasi seicento grammi a settimana. Ecco il collegamento, si devono considerare non solo lo spreco di alimenti che finiscono nella spazzatura generando costi economici, ambientali e – aggiungiamo – anche sociali vista la situazione generalizzata di povertà alimentare, ma anche gli alimenti spazzatura – il cosiddetto junk food – che entrano nel nostro stomaco.

Salgono (anche) i costi sanitari

Ai costi economici, ambientali e sociali si aggiungono i costi sanitari per curare le malattie legate allo spreco calorico, ovvero alla malnutrizione per eccesso, e all’inquinamento prodotto dallo smaltimento dei rifiuti. Per prevenire lo spreco alimentare, e promuovere nel contempo una dieta sana e sostenibile, la soluzione non è molto lontana, anzi è proprio alla portata. Infatti la dieta mediterranea è la migliore strategia nutrizionale possibile, perché permette di ridurre gli sprechi e distribuire al meglio le risorse, valorizzando anche il legame con la storia e il territorio come gli studiosi hanno dimostrato. Uno strumento essenziale, nel nostro quotidiano, sul quale improntare le abitudini alimentari per ridurre l’impatto ambientale del cibo, preservare la biodiversità e legare la salute dell’uomo a quella del Pianeta. Lo provano ormai anche corposi studi epidemiologici supportati dai dati scientifici: lo stile mediterraneo stimola l’adozione di modelli responsabili di produzione e consumo. Cosi come indica anche l’Agenda Onu per lo sviluppo sostenibile. Questa è la sfida del presente, non solo del futuro e come andrà a finire dipende da ogni singola persona, da ogni cittadino italiano e del mondo.

I cibi freschi si possono recuperare?

Non sprecare è un’azione eticamente necessaria, ma anche recuperare necessario. E per questo c’è bisogno di un motore cultuale alla base. A maggior ragione se non c’è troppo margine, e soprattutto tempo, di manovra: come nel caso dei cibi freschi. Per aggirare il problema e per risolverlo, è nata un’esperienza da un progetto dell’Alma Mater di Bologna che ha cambiato il modo di guardare allo spreco del cibo: dal recupero alla prevenzione, dal monitoraggio alla sensibilizzazione dei cittadini attraverso il movimento e la campagna Spreco Zero. Si tratta dell’impresa sociale, spin-off del progetto universitario, Last minute market, che grazie alla rete di 350 punti vendita e oltre 400 enti del Terzo settore, recupera annualmente 55mila pasti cotti, prodotti alimentari per un valore di 5,5 milioni di euro, farmaci per 1 milione e più di 1000 tonnellate di prodotti non alimentari. Il modello di recupero del cibo di Last Minute Market – attivo dal 1998 – si è esteso anche a beni non alimentari: libri, decorazione, illuminazione, giardinaggio, arredamento e altro. L’obiettivo è sempre il recupero e la prevenzione degli sprechi.
Un modello replicato anche nel pubblico come ad esempio nel progetto “Cibo al Centro” che punta sul recupero delle eccedenze dei cibi freschi e freschissimi creato dal Comune di Genova e frutto della collaborazione con realtà del Terzo settore, ecclesiali, e commercianti disponibili a donare l’invenduto del fresco. Il cibo raccolto viene messo a disposizione di persone e famiglie in difficoltà grazie anche all’emporio solidale “La Stiva” che garantisce la distribuzione.

Di |2024-07-15T10:06:49+01:00Aprile 27th, 2022|Economia e Mercati, Lifestyle, MF|0 Commenti