Non è (solo) lo stipendio: perché gli italiani restano insoddisfatti
Non è tanto una questione di soldi. O almeno, non soltanto. A leggere i dati del Salary Satisfaction Report 2026 dell’Osservatorio JobPricing, realizzato in collaborazione con Adecco, emerge un quadro molto più articolato: le retribuzioni aumentano , ma circa sei lavoratori su dieci continuano a dichiararsi insoddisfatti, con un indice medio di soddisfazione che si attesta ben al di sotto della sufficienza (4,2). Un dato che, più che fotografare un problema economico, sembra raccontare una situazione più complessa, che riguarda il rapporto tra le persone e i meccanismi che regolano il loro riconoscimento professionale dal punto di vista salariale.
Oggi il punto più critico non sembra essere quanto si guadagna, bensì “perché” e “come” si viene retribuiti. La competitività degli stipendi, infatti, è l’unica dimensione che supera la soglia della sufficienza (5,1), segno che le aziende italiane, nel complesso, tengono il passo del mercato. Ma è all’interno delle organizzazioni che il sistema si “incrina”: meritocrazia (3,6), fiducia e comprensione (3,9), trasparenza (4,7) ed equità (4,9) risultano tutte sotto la sufficienza. In altre parole, i lavoratori non contestano solo il livello delle retribuzioni, ma anche la credibilità dei criteri con cui vengono distribuiti aumenti, bonus e promozioni. Non sorprende, allora, che il livello di soddisfazione crolli (3,3) quando la retribuzione è composta dalla sola parte fissa, mentre cresce in presenza di una visione più ampia della retribuzione che include benefit, welfare e incentivi di lungo periodo.
In questo scenario cambia anche il modo in cui le persone scelgono e vivono oggi il lavoro. Se lo stipendio resta il primo fattore nella scelta di una nuova occupazione, non è più l’unico elemento che trattiene. A incidere davvero sulla permanenza sono gli asset meno tangibili: qualità delle relazioni interpersonali, flessibilità e smart working.
Non tutti, però, vivono questa realtà allo stesso modo. I più giovani, under 35, sono i più critici: percepiscono meno trasparenza, meno meritocrazia e un legame più debole tra performance e retribuzione.
A questo si aggiunge un gap di genere ancora marcato, con le donne sistematicamente meno soddisfatte, soprattutto sulle dimensioni dell’equità e della meritocrazia. A rappresentare un punto di svolta sul fronte normativo potrebbe essere l’imminente entrata in vigore della Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza salariale. Oggi, l’indice di libertà percepita nel discutere della propria retribuzione si ferma a 4su 10 e solo poco più di un terzo dei lavoratori si sente a proprio agio nell’affrontare il tema. È il segno di una trasparenza ancora fragile, una sfida culturale su cui la normativa può incidere in modo concreto. Ma, per ora, le aspettative restano “tiepide”: il livello di conoscenza tra i lavoratori è basso (3,3) e le prospettive di miglioramento sulla soddisfazione nel breve periodo restano contenute.
Per scoprire di più, consulta la versione integrale del Report.