Ascoltare le proprie emozioni vuol dire imparare a conoscere se stessi


Conosci te stesso, dicevano i greci. Facile, a prima vista. In realtà, è una delle cose più difficili del mondo. Perché essere completamente sinceri con se stessi è una delle sfide più insidiose che esistano. Lo sa bene Ilaria Gaspari, filosofa e autrice del libro “Vita segreta delle emozioni” (Einaudi), una sorta di alfabeto interiore di ciò che ciascuno di noi troverà familiare. Dalla nostalgia all’ira, dal rimpianto alla compassione, passando per l’antipatia, l’ansia e l’invidia, ma anche per la meraviglia e la gratitudine: sono le emozioni fondamentali che tutti noi conosciamo, avendole sperimentate attraverso esperienze diverse.

Un libro che esorta ciascuno a non ignorarle, le emozioni, perché non rendono deboli (e nemmeno migliori, in verità), ma piuttosto raccontano grandi verità su noi stessi. E, proprio per questo, possono essere di aiuto nell’indirizzare le scelte. Aiutando a fare i conti anche con quelle sbagliate. Un libro “consolatorio”, dunque, come può esserlo “raccontare una favola ai bambini per tranquillizzarli”, inserendo tutto in un contesto più grande.

Ilaria Gaspari con l’errore ha un’esperienza molto forte. Si può dire che, letteralmente, è stato un errore a cambiarle la vita. «Nel libro lo racconto facendo molta fatica, perché è una delle cose che mi fanno sentire molto stupida, ma farlo è anche stato molto liberatorio», dice. La storia, in breve, è questa: c’è una grossa scadenza per un concorso per diventare ricercatrice in Francia. È ciò per cui Ilaria ha studiato e lavorato per anni, è convinta che quella sia la sua strada. Nel frattempo, però, ha scritto il suo primo romanzo, scoprendo quanto le piaccia scrivere testi narrativi e non accademici. Forse è a quel punto che una sorta di rifiuto le scatta dentro. Ma lei non se ne rende conto. Razionalmente, non ci sono argomenti contro la carriera universitaria. È allora che la sua testa deve cercare un’altra strada: la trova in una dimenticanza. «Ho sbagliato a leggere la data di scadenza di questo concorso, e il giorno della scadenza mi sono ritrovata a non aver consegnato il dossier, perché ero convinta di avere a disposizione un altro mese intero», racconta Gaspari.

«Siamo chiamati a confrontarci con il dovere morale di conoscerci e di riconoscerci per come siamo fatti»

A quel punto, è stato facile sentire di aver fallito. «È stato molto pesante, ci sono rimasta molto male, ma solo col tempo ho capito che quello era stato il modo di concedermi di fare una scelta su una cosa su cui pensavo di non avere scelta, proprio per quella filosofia molto diffusa per cui le occasioni non vanno buttate. A volte, invece, secondo me noi le occasioni le vogliamo buttare. Io in quel momento non mi sono concessa di essere libera, quindi mi sono dovuta affidare a una dimenticanza. Con il senno di poi posso dire di essere molto contenta che sia andata così. Solo che allora non riuscivo ad ammetterlo, perché sarebbe stato veramente impopolare», spiega.

Conoscere se stessi e fidarsi delle proprie sensazioni, ha imparato Ilaria, è fondamentale. «A volte pensiamo di poter aggirare questo percorso, ma in realtà non è così. Siamo chiamati a confrontarci con il dovere morale di conoscerci e di riconoscerci per come siamo fatti», puntualizza. Non che sia un processo facile, naturalmente. Non è qualcosa che coincide unicamente con l’immagine che vediamo allo specchio, né con ciò che desideriamo per noi stessi, e nemmeno con l’idea che pensiamo che gli altri abbiano di noi. «È un percorso che ci costringe per forza di cose a fare i conti con due cose: da un lato i nostri limiti, perché a volte ci fissiamo che una certa cosa sia quella per cui siamo nati, mentre magari non lo siamo affatto. A volte dobbiamo sacrificare un’immagine di noi che abbiamo avuto e a cui magari siamo affezionati, così come un certo tipo di approvazione che gli altri ci danno nel momento in cui rispondiamo a delle aspettative», racconta la filosofa.

L’altro elemento è il rapporto con l’errore: «Perdonarsi gli errori, capire cosa vogliono dire, prenderli in maniera spinoziana come un momento in cui ci mancava la conoscenza di qualcosa e in cui ci siamo dovuti accontentare dei dati che avevamo, è qualcosa che fa parte di un percorso, che è faticoso, e che però ci permette veramente di arrivare a conoscerci e di sviluppare con noi stessi un rapporto che sia meno di giudizio e più creativo nel nostro modo di intendere il rapporto con la vita».

«Avere un buon daimon significa che quella voce che ti avverte quando ti tradisci non ha niente da obiettare»

La fatica dell’imparare a conoscersi significa anche dover fare i conti con gli aspetti più scomodi di sé. «Bisogna rendersi conto che non esistono emozioni fotogeniche, non sono bidimensionali, non hanno un’unica direzione, non sono rassicuranti», dice.

Da questo punto di vista, però, per astrarsi e imparare, sia la letteratura che la filosofia possono essere di grande aiuto. «Secondo me la grandissima ricchezza che dà la letteratura nel permetterti di vivere altre vite, arricchendo la prospettiva in cui ci si pone e ampliando il raggio delle nostre conoscenze, è qualcosa di insostituibile. Se penso alle cose che non avrei capito, se non avessi letto romanzi e personaggi che erano veri e reali…», dice Gaspari. Allo stesso tempo, anche la filosofia «ti porta a vedere le cose che ti riguardano da una prospettiva che allarga, che è più vasta, e quindi ti consente e incita a uscire dalla prospettiva più stretta, dall’aspetto più coercitivo e angusto della tua esperienza di essere umano».

Sono tutti elementi che, in prospettiva più ampia, servono per coltivare ciò che per gli antichi era il sinonimo della felicità: un buon daimon. «Avere un buon daimon significa che quella voce che ti avverte quando ti tradisci non ha niente da obiettare, è soddisfatta di quello che stai facendo. C’è un aspetto esplorativo, legato allo scoprire se stessi, ma anche l’aspetto del far sì che la vita che ti costruisci sia qualcosa che non fa contrariare questa voce interiore. In questo senso è una costruzione che procede anche per prove ed errori», dice Gaspari.

Tanto gli uni quanto gli altri fanno parte del percorso. «Secondo me è molto importante, proprio per mettersi nelle condizioni di quando ci si trova davanti alle scelte, non colpevolizzarsi né soffocare quello che si prova, e fare pace con il fatto che quello che proviamo non ci migliora, non direttamente almeno», conclude Gaspari. «Ci migliora nel senso che migliora le nostre possibilità conoscitive, e questa è una cosa rivoluzionaria da tenere presente, però allo stesso modo non ci rende moralmente migliori o più vicini a un ideale. Quindi accettare che tutto quello che proviamo è come noi, imperfetto, ha dei limiti, delle ambivalenze, ha dei punti in cui non riusciamo del tutto a decifrarlo, è un altro modo per imparare a vivere in maniera il più possibile serena con quello che ci attraversa del mondo».

Di |2024-06-14T07:26:25+01:00Luglio 28th, 2021|Human Capital, Lifestyle, MF|0 Commenti