C-Corp: quando l’azienda guarda alla comunità


Sono imprese come le altre, ma per molti versi sono più “avanti”, orientate a generare un impatto positivo verso la comunità. Si chiamano C-Corp, ma non vanno confuse con le C-Corp all’americana (uno speciale regime fiscale in cui le corporazioni sono tassate separatamente dai loro proprietari). E nemmeno con le imprese-comunità di olivettiana memoria. «Nel 2021 rievocare Olivetti è concettualmente sbagliato, quella era tutta un’altra epoca, non c’erano cose come lo Statuto dei lavoratori, né lo sfruttamento». A parlare è Paolo Gubitta, docente di Organizzazione aziendale e Imprenditorialità all’Università di Padova, direttore scientifico del CEFab di CUOA Business School, componente del Comitato Etico di Padova Capitale Europea del Volontariato e, più di recente, componente del comitato tecnico-strategico per l’economia del Veneto, istituito da Veneto Sviluppo su mandato della giunta regionale per la ripartenza dopo il Covid. È lui ad aver coniato il termine C-Corp, ciò che definisce come una vera e propria “postura” aziendale. La metafora che più si avvicina a questo concetto è quella di una persona che sa adattarsi ai diversi contesti e risultare sempre misurata e appropriata, mai fuori posto o stonata, la quale sa fare star bene tutti gli interlocutori con cui si relaziona.

Professore, sono passati pochi anni dall’ingresso delle B-Corp (le imprese che superano l’obiettivo di profitto e puntano a massimizzare il loro impatto positivo verso i dipendenti, le comunità in cui operano, l’ambiente e tutti gli stakeholder) e già siamo alla C-Corp: non le sembra un po’ troppo?
Io e Guido Zovico, che abbiamo ideato il concetto di C-Corp, ci siamo posti la stessa domanda. Ci serve per davvero un nuovo concetto? Non rischiamo di fare solo confusione? Se siamo qui a parlarne adesso, significa che la risposta che ci siamo dati è stata “No, non ci sembra troppo”. Ecco perché:

La C-Corp interpreta il proprio ruolo come parte integrante delle Comunità in cui opera e che si adopera per attivare relazioni collaborative con le persone, le componenti sociali e le istituzioni territoriali, finalizzate alla generazione di benefici per le Comunità locali che ne riconoscono il valore e ne sostengono la crescita.


Dov’è la novità rispetto alle
B-Corp?
Partiamo dalla forma: la C-Corp è una postura, mentre la B-Corp è una certificazione. La C-Corp è un modo di essere e di porsi che combina e integra i valori e la cultura, le conoscenze tacite e le convenzioni sociali fino a renderle un tutt’uno inseparabile. Si arriva a essere C-Corp solo attivando consapevolmente un processo che coinvolge più interlocutori interni ed esterni e definendo insieme a loro l’impatto che si vuole generare nel territorio e nella comunità. La C-Corp si manifesta attraverso i comportamenti individuali e collettivi (imprenditoriali, manageriali, delle maestranze), le strategie aziendali, la partecipazione allo sviluppo sociale.

La B-Corp è un’attestazione (come ce ne sono altre) che dice che l’impresa soddisfa un certo set requisiti o rispetta gli standard minimi, riferiti a quattro aree: governance, workers, community, environment. E’ una manifestazione volontaria di interesse, che si concretizza solo con l’intervento di un soggetto esterno ed a condizione che tale soggetto certifichi il possesso dei requisiti (o standard). La certificazione è reversibile (cioè, si può perdere) o per decisione volontaria dell’azienda o perché un soggetto terzo verifica che sono venute meno le condizioni.

Per completare il ragionamento, va ricordato che c’è anche la Società Benefit, che è una forma giuridica, che le imprese possono volontariamente adottare, modificando lo statuto sociale e dichiarando che “oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse”. Si tratta di un assetto societario definito dalla L. 28 dicembre 2015 n. 208 entrata in vigore l’1 gennaio 2016, che vincola l’impresa a farsi carico di alcune istanze esterne al core business. Anche in questo caso la scelta è reversibile per decisione della proprietà, a condizione di modificare l’oggetto sociale e, quindi, di avere il consenso della maggioranza qualificata dei soci.

Da dove viene il nome C-Corp?
La lettera “C” di C-Corp sta per Comunità o Community e si traduce in “Impresa-Comunità”, per identificare le realtà che agiscono come parti inscindibili, generative e responsabili della Comunità e che contribuiscono (consapevolmente e intenzionalmente) al benessere e allo sviluppo sostenibile della stessa, ottenendo riconoscimento e legittimazione dalle Comunità, che ne sostengono la crescita. La C-Corp è ancorata (embedded) ai territori e, quindi, un’azienda multi-localizzata può esprimere posture differenti in relazione agli specifici bisogni o alla progettualità che definisce insieme agli interlocutori locali.

La B-Corp, invece, è centrata sul rispetto dei parametri sulle quattro aree già indicate in precedenza. La soglia minima dei parametri cambia nel tempo, ma,per rispettarla, l’orientamento della B-Corp è in primis verso l’interno dell’organizzazione: ridisegnare processi e pratiche per ridurre o aumentare l’impatto (ambientale e sociale), ovunque l’impresa sia localizzata. Vero è che le B-Corp prendono impegni verso la società e il territorio, ma questi elementi non sono determinanti per ottenere o mantenere la certificazione.

Significa che c’è una sovrapposizione tra C-Corp e B-Corp?
Per certi aspetti è proprio così. Prendiamo il caso della Zordan di Valdagno. Questa azienda è sia B-Corp sia Società Benefit.

Durante la primavera difficile del 2020, in piena pandemia da Covid-19, ha dato prova di esserlo fino in fondo: ha distribuito le mascherine in tessuto riutilizzabili previo lavaggio “che abbiamo deciso di distribuirvi nel numero di due a testa perché vi potrebbero essere utili per i vostri movimenti o quelli dei vostri familiari”; ha stipulato una polizza che possa coprire eventuali contagi di tutte le maestranze; ha messo a disposizione tutte le possibilità di formazione gratuita affinché “il nostro tempo di eventuale inattività possa essere utilizzato al meglio”.

Sempre per generare benessere sociale all’interno, alla fine di marzo 2020, appena entrati nel lockdown totale per l’emergenza Coronavirus, la Zordan apre il corporate blog e “trasferisce la comunità aziendale on line” con l’obiettivo di supportare maestranze e loro famiglie ad affrontare una situazione eccezionale e mai vissuta prima: l’isolamento forzato e l’interruzione delle relazioni sociali. Per mantenere la coesione su entrambe le sponde dell’Atlantico, si inventano gli appuntamenti del venerdì, si discute di libri, di cucina e di orti, si indicano proposte per la formazione on line (finanziate dall’azienda), si danno web-consigli per chi è in quarantena e, da agosto, si festeggia l’Employee of the Month d’Oltreoceano. Dall’apertura a novembre 2020, il blog è stato alimentato da 103 post e l’azienda ha dedicato una persona alla sua gestione.

Poi, però, fa anche un’altra cosa: il 4 e il 15 settembre 2020, sul blog aziendale appaiono due post dedicati al Banchetto PIANO, l’iniziativa corale di Zordan, Comune di Valdagno e altre realtà del territorio per assicurare la ripartenza delle scuole in sicurezza: un banco che si trasforma in seduta o in mobiletto e che giunto a fine vita può essere riciclato completamente. L’impresa ha contributo con 250 ore di progettazione, prototipazione, lavorazione e verniciatura e con 120 ore donate da dodici persone della comunità aziendale. La famiglia Zordan, inoltre ha reso liberamente disponibile il modello progettuale, affinché possa essere utilizzato (e migliorato) in tutti i territori interessati all’iniziativa.

Rimane un tema per chiudere: cosa resta della CSR?
La C-Corp è la CSR che ha raggiunto la maggiore età
. La CSR, usando la definizione del Libro Verde della Commissione Europea pubblicato nel 2001, è “l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali e ambientali delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei rapporti con le parti interessate”. Di fatto, è l’insieme delle attività non strettamente richieste dal business che le imprese, motu proprio, decidono di intraprendere per finalità sociali (da aumentare) o di impatto ambientale (da limitare o ridurre). è una decisione unilaterale, che non deve essere negoziata con interlocutori esterni, che non genera obblighi (se non di natura morale) e che è reversibile in qualsiasi momento. La C-Corp recupera questi concetti ma li fa evolvere insieme agli stakeholder esterni.

 

Di |2024-07-15T10:06:29+01:00Luglio 28th, 2021|MF, Sostenibilità e CSR, Welfare|0 Commenti