Così l’aragosta può insegnarci ad amare la vulnerabilità


«Non tutti sanno che l’aragosta nasce nuda e solo successivamente la natura le fornisce un abito su misura. Ma questo non cresce con lei: col tempo si trasforma in una gabbia e poi in una tortura. Così, quando la corazza diventa opprimente, l’aragosta la getta via e resta nuda: senza protezione, sola, in attesa di crearsene una nuova». È questo il dilemma dell’aragosta, ripreso da Stefano De Matteis (docente di Antropologia culturale all’Università degli Studi Roma Tre) in chiave metaforica per una lettura antropologica dell’attualità: lasciare le proprie corazze, identità di ferro o monolitiche, smettere di trincerarsi in certezze che si trasformano in gabbie e procurano sofferenze, per esporsi invece al rischio, mettendosi a nudo, creando uno spazio di riflessione e di elaborazione, di dialogo e di confronto.

La vulnerabilità si trasforma così in un punto di forza: produce il cambiamento e prelude alla ricostruzione di una nuova vita, tanto sul piano individuale quanto su quello collettivo.

De Matteis lo spiega così: «Non è la natura che produce uomini e donne, chi fa questo ha un nome e si chiama cultura. La natura ci custodisce quando siamo nel ventre materno e ci cade addosso quando ci mettono sotto terra (da defunti). Quello che sta in mezzo, tutto il resto, lo fa la cultura». Cosa significa? «In sintesi, noi tutti siamo costruzioni culturali relazionali e condivise».

Da questa prospettiva è utile la metafora dell’aragosta che, spiega l’antropologo nel libro “Il dilemma dell’aragosta” (Meltemi editore) , «nasce nuda e la natura le costruisce la casa. Cresce. Ma solo nel corpo e non nel carapace che col tempo si trasforma in una gabbia. E comincia a soffrire. Se si fosse rivolta al medico di base delle aragoste, le avrebbe prescritto degli analgesici. Se si fosse rivolta allo psicologo delle aragoste, l’avrebbe convinta a convivere con le sue sofferenze».

«Solo che l’aragosta quando raggiunge il limite si reca in un luogo isolato, separato, si spoglia, resta nuda e aspetta la crescita di una nuova casa adatta alle sue nuove esigenze. Fuor di metafora anche noi nasciamo nudi, ma mai soli. Ed è con gli altri, è assieme, che costruiamo la nostra prima patria culturale».

De Matteis insiste sul fatto che «noi tutti siamo costruzioni sociali. Solo che ognuno ha una sua particolarità in quanto ciascuno è una singolarità. Ma siamo singolari in un mondo plurale e, nello steso tempo, generali in senso particolare. Siamo socialmente costruiti, ma anche fragilmente uniti agli altri. Inoltre abbiamo un grande dono, quello della parola, che ci permette lo scambio e il confronto».

Purtroppo, chiarisce, «abbiamo obliterato la fragilità e la vulnerabilità da parte di tutti coloro che si immaginano soggetti sovrani e autosufficienti. Miopi e forse ottusi perché sono pochi quelli che si pongono una domanda molto semplice: che senso ha se ti salvi da solo?».

«Credo che per costruire un futuro diverso, ciò che dobbiamo mettere in discussione è proprio quest’idea di egemonia, è necessario far vacillare gli aspetti muscolari e strillati mettendo in atto una sorta di autodestituzione del proprio delirio di onnipotenza per recuperare quel limite che abbiamo perduto ma è essenziale, perché ci riporta alla nostra condizione di esseri umani».

Ma attenzione, non si è vulnerabili perché si è vecchi o malati. «Bisogna partire dalla consapevolezza della fragilità che caratterizza l’umano in quanto taleVulnerabilità diventa una forza solo se ci intendiamo sul concetto: si tratta di qualcosa che aumenta e che arricchisce. La vulnerabilità fa riferimento soprattutto a una condizione potenziale. Ed è da qui che possiamo costruire un futuro possibile».

Secondo l’esperto, «la persona vulnerabile è colui che è in grado di cogliere la possibilità offerta dal riappropriarsi del senso del limite perché è dal limite che nasce nel confronto serrato con gli altri. Il limite nel distruggere il mondo, la natura e la vita che ci circonda».

Bisogna imparare a riscoprirsi vulnerabili. Perché solo nella vulnerabilità siamo tutti uguali.

Una volta i riti, quando c’erano, servivano a questo: a farci misurare con il limite. A metterci a confronto con noi stessi e con quello che saremmo diventati. Socialmente. «Oggi è necessario trovare nuovi modi di frequentare il limite, il limen e, come l’aragosta, spogliarsi e uscire dagli status, affrontare una sorta di de-ruolizzazione per guardarsi e riflettere su noi stessi e il mondo». Quella che De Matteis propone è qualcosa di simile alla sensazione prodotta dall’innamoramento «quando si vorrebbe sospendere tutto e guardare la vita in un altro modo. È questo che può farci rendere conto delle nostre gabbie. Per accettarle, in modo consapevole e non passivo. Oppure per rifiutarle. Mettendo in atto pratiche condivise. Nello scambio e nella relazione con gli altri, considerati come una risorsa indispensabile».

Cosa fare quindi? «Bisogna imparare a riscoprirsi vulnerabili. Perché solo nella vulnerabilità siamo tutti uguali», suggerisce l’esperto. «Da questo punto di vista qualcuno sperava che un’esperienza di vulnerabilità praticata a livello globale fosse lo shock necessario per un improvviso ravvedimento, per un risveglio collettivo mirato all’adozione di nuove regole sociali. Queste speranze sono state smentite dalla pandemia».

Forse la strada è altrove: «nei gruppi e nelle partecipazioni condivise, in tutte quelle occasioni dove è possibile creare luoghi di incontro comuni dove ci si umanizzi reciprocamente e vicendevolmente. Dove si eserciti la riflessione e il dibattito».

Di |2024-07-15T10:07:03+01:00Gennaio 27th, 2023|Formazione, Lifestyle, MF|0 Commenti