Donne e tecnologia, così il cinema racconta il lavoro di oggi e di domani


La giovane Nica, 21 anni, abbandona gli studi d’agronomia e torna a casa, nella sua Puglia. Ritrova un padre sommerso dai debiti e una terra inquinata, gli ulivi malati di Xylella. Tutto sembra perduto, ma Nica non si arrende, non accetta passivamente le difficoltà. Preferisce combatterle: mette a frutto i suoi studi, usa tecniche e conoscenze per far rinascere la sua terra nonostante un panorama desolato e desolante.

La storia di Nica in “Semina il vento”, film del 2020, per la regia di Danilo Caputo, racconta una vicenda dalla sfumatura positiva, ottimista, con una protagonista determinata a salvare l’attività della sua famiglia e gli alberi secolari che ne rappresentano l’identità.

“Semina il vento” è uno dei titoli del Job Film Days 2021, la seconda edizione del festival di cinema dedicato alle tematiche del lavoro e dei diritti che si è svolta al Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema di Torino. In programma c’erano 60 film da diverse nazioni, di cui quattro anteprime italiane, con storie del territorio e opere da tutto il mondo, dedicate ai temi di più stretta attualità in merito al lavoro. Le donne, i giovani, le prospettive, la sicurezza sul luogo di lavoro sono solo alcuni degli argomenti toccati.

«Raccontare il mondo del lavoro ci aiuta a prendere contatto con giovani capaci e intraprendenti, che trovano spazio nel concorso dedicato ai cortometraggi, o in prodotti più articolati in grado di descrivere un’umanità complessa e attiva, bisognosa di espandere i propri orizzonti», ci dice Annalisa Lantermo, direttrice del Festival.

“Semina il vento”, ad esempio, è soprattutto un film sul lavoro che mette al centro dell’obiettivo una protagonista donna, che come tante altre nell’edizione di quest’anno occupa un posto di rilievo nella rassegna.

Dai film in programma emerge un mondo eterogeneo e frastagliato, lanciato verso l’innovazione eppure ancorato a vecchie disuguaglianze. Le donne sono discriminate, meno pagate degli uomini, in alcuni casi allontanate dal mondo del lavoro per legge, e sono spesso chiamate a inventarsi nuove opportunità nelle pieghe di una società che vorrebbe frenarle.

Donne protagoniste

Dalle donne possono arrivare idee ed energie per affrontare problemi globali, come le donne giordane che in “Waterproof” lavorano sulle tubazioni casalinghe perché agli uomini è impedito entrare in casa di una donna in assenza del marito. Così si ritrovano a dover gestire un problema enorme di recupero d’acqua (non spreco, come il più delle volte avviene in Europa e nel mondo occidentale) in una terra che ne ha terribilmente bisogno e la ricerca in tutti i modi.

Ci sono molti film in cui le protagoniste donne hanno un percorso in salita, che parte da condizioni difficili e poi sboccia in un finale più o meno ottimista. È una costante che si ritrova in molte pellicole, un ottimismo di cui forse c’è bisogno in questo periodo.

Il lavoro, come raccontano i film presentati durante il festival torinese, è anche lo strumento per emanciparsi. “Made in Bangladesh”, ad esempio, racconta il lavoro in una fabbrica di abbigliamento nella città di Dacca. Per far fronte alle difficili condizioni di lavoro, in seguito a un grave incidente, la protagonista Shimu decide con le colleghe di dar vita a un’unione sindacale. Malgrado le minacce dei capi e la mancata approvazione da parte del marito, la protagonista è determinata ad andare avanti. Riesce a coinvolgere altre donne: lottano in condizioni di lavoro molto difficili e reagiscono a una comunità, una cultura, una società che rema contro di loro.

«Il lavoro delle donne è sicuramente una tematica molto sviluppata in tantissimi Paesi: nella rassegna parecchi film ne parlano soprattutto in positivo. In generale, ci sono molti film in cui le protagoniste donne hanno un percorso in salita, che parte da condizioni difficili e poi sboccia in un finale più o meno ottimista. È una costante che si ritrova in molte pellicole, un ottimismo di cui forse c’è bisogno in questo periodo», dice la direttrice Lantermo.


Lavoro e tecnologia 

In alcune pellicole, gli operai, da sempre simbolo dell’intero comparto dei lavoratori, sembrano assistere impotenti agli eventi che accadono nella città moderna, sempre più lanciata verso lo sviluppo post-industriale. Spesso sono immersi in un mondo snaturato dall’innovazione, che se da un lato ha introdotto possibilità fino a qualche anno fa inimmaginabili, dall’altro ha creato un nuovo tipo di precarietà che sembra ancora sfuggire agli schemi del legislatore.

È il caso della gig economy. Un tema estremamente attuale che ha a che fare con il destino e le prospettive di milioni di lavoratori nel mondo. Ad aprire i Job Film Days 2021, infatti, è stato “The Gig Is Up” di Shannon Walsh (Canada/Francia, 2021), che racconta disagi e prospettive del nuovo precariato.

Ma l’innovazione, a volte, può avere anche il sapore di un ritorno al passato. In “Fantasmi a Ferrania” di Diego Scarponi, viene raccontata la storia della Ferrania, fabbrica delle pellicole impiantata in un piccolo borgo dell’entroterra ligure, che ha compiuto cento anni. Una grande vallata coinvolta nella chimica del fotosensibile, generazioni di uomini e donne che, al buio, hanno creato rullini fotografici, pellicole cinematografiche, radiografie, lastre per la stampa. E così hanno fatto rivivere non solo un’azienda, ma intere famiglie e interi luoghi.


Assente la pandemia

Un tema ancora poco presente, però, è quello della pandemia, con le trasformazioni più recenti del mercato del lavoro. «Il cinema lo sta raccontando, ma solo in parte», dice la direttrice Lantermo. «In Italia, la produzione di film sul lavoro, e sui cambiamenti dell’ultimo anno e mezzo, non è grandissima. Ci sono moltissimi cortometraggi sulla chiusura dei teatri o difficoltà degli operatori di questo o quel settore. Ma lungometraggi e documentari italiani, su questo argomento, non ce ne sono ancora molti» conclude Lantermo.

Di |2024-06-14T07:36:32+01:00Novembre 5th, 2021|Inclusione Sociale, Lifestyle, MF|0 Commenti