Plastica e carta green? Si può fare


«Stanno per essere messi sul mercato i primi oggetti di design prodotti con la nostra bioplastica ricavata dagli scarti di caffè», spiegano soddisfatte Greta Colombo Dugoni e Monica Ferro: due ex ricercatrici del Politecnico di Milano che si sono conosciute lavorando gomito a gomito in laboratorio per poi fondare l’azienda Bi-rex.

Studi Stem, laurea in chimica, tanta esperienza nella ricerca, quindi il passo decisivo: diventare imprenditrici. Un percorso non del tutto scontato nel settore della chimica applicata, vista la prevalenza a guida maschile di aziende e startup. Colombo Dugoni e Ferro sono infatti due giovani donne che hanno sfondato “il soffitto di cristallo”, e non si sono fermate, sono andate oltre.

Bi-rex, infatti, si è appena aggiudicata il Premio Motherland, lanciato da Eataly in autunno con la collaborazione di Angels for Women e Plenitude. «Siamo felici di premiare un progetto le cui applicazioni finali possono essere strategiche anche per il nostro settore di competenza – ha commentato Sabrina Torti, Head of partnership, Eataly – L’attenzione all’uso delle risorse e all’ambiente produce sfide che oggi si possono, finalmente, vincere. Le nuove generazioni, in questo caso di donne, sono una speranza». Un riconoscimento creato per sostenere l’imprenditoria con leadership al femminile e con particolare riguardo al settore enogastronomico.

Insomma: impresa, territorio e un Pianeta da recuperare. Come? Dicendo no alla plastica, agli sprechi, all’uso indiscriminato delle risorse, puntando sulla sensibilità individuale e molto sulla tecnologia.

Plastica bio e…

Per fare questo, Bi-rex ha lavorato sulle sue due anime: «Produciamo sia bioplastica che cellulosa, la prima a base di chitina, la seconda dagli scarti della filiera agroalimentare», spiegano Colombo Dugoni e Ferro. Scoperta nel 1811 dal chimico e farmacista francese Henri Braconnot, la chitina è uno dei principali componenti dell’esoscheletro di granchi, aragoste, gamberi e insetti, ma anche di funghi e microalghe marine. «La nostra bioplastica è biodegradabile, antibatterica e multiuso», dice Colombo Dugoni. «Si può usare in forma sia solida sia liquida. Si può trasformare in un film trasparente e sottile come la comune pellicola per alimenti, ma può essere anche spruzzata sulle verdure. L’abbiamo testata sui pomodori con risultati sorprendenti in fatto di longevità e quindi di lotta agli sprechi. Per ricavare la materia prima ricorriamo ad allevamenti europei di insetti e crostacei, creando un’apposita filiera», dicono le due imprenditrici che pensano ad una organizzazione nuova anche per la carta da imballaggio e per quella monouso.

…carta che non arriva più dagli alberi

Dalla cellulosa al prodotto finito, il tutto “made in Italy”. Si può fare, dicono le fondatrici di Bi-rex. «La carta che consumiamo oggi proviene dagli alberi attraverso un processo antico e costoso. Bi-rex prende in considerazione gli scarti, le nostre materie prime sono gli agrumi, la lolla di riso, la birra, i fondi di caffè da cui si può ricavare cellulosa vergine attraverso una nuova generazione di solventi che promettono magie», spiega Ferro. Che racconta come loro ricorrano ai solventi eutettici, cioè in cui due o più componenti interagiscono, formando una miscela a bassa temperatura di fusione. «È come preparare un pesto. Uniti tra loro, questi sali lavorano a temperatura ambiente. Inoltre, non sono derivati del petrolio e si possono usare più volte, sono riciclabili. Li abbiamo già testati per la produzione di carta per imballaggi e prodotti monouso. La cellulosa da agrumi potrebbe sostituire fino al 50% quella vergine, evitando quindi di deforestare. E la qualità della carta ottenuta è comparabile a quella che già usiamo tutti i giorni». Ma c’è di più: «Da un albero che impiega dieci anni a crescere si ottengono solo mille rotoli di carta igienica, il consumo standard di 4 persone in un anno – spiega Monica Ferro -. Il nostro fabbisogno di carta non è sostenibile, occorre trovare fonti alternative. Con il nostro processo brevettato facciamo proprio questo. Partiamo da scarti della filiera alimentare, li processiamo e otteniamo cellulosa che può essere utilizzata nel mondo della carta per diverse applicazioni».

Un premio tutto al femminile

Tra le trentotto startup partecipanti al premio Motherland, tutte e tre le finaliste, – Bi-rex, Mimina Granola e Komposta – erano aziende guidate da donne coraggiose che hanno deciso di cambiare  vita.

Come Francesca D’Antonio che ha lasciato Londra per tornare nella terra dei nonni, a Santa Sofia, un piccolo centro tra le montagne del forlivese. Lì nasce Mimina e la sua granola per la prima colazione. «Ho studiato arte e sono specializzata in ceramiche cinesi. Nel Regno Unito, lavoravo per una casa d’aste internazionale con un impegno giornaliero importante. Al mattino, facevo colazioni molto energetiche, necessarie per affrontare l’intera giornata. Dopo tre anni, ho avvertito l’esigenza di riconnettermi con le mie origini. In vacanza in Italia, ho notato che il mercato della granola offriva quasi esclusivamente prodotti industriali e ho iniziato a produrla prima per il mio uso personale, poi per gli amici. Fino alla realtà odierna». Mimina è oggi una startup con un mercato avviato. «Studio le mie linee di cereali con una nutrizionista. Le materie prime sono selezionate in base alla loro origine e qualità, alcune sono anche della nostra zona di Santa Sofia. Uso avena bio, semi di lino, frutta secca, sciroppi naturali di riso o di agave, tutti coltivati con metodi di agricoltura eco-sostenibile certificati». 

Anche Zaira di Paolo ha lasciato la città per la campagna. Si è trasferita da Ravenna a Bellante, un borgo arroccato in provincia di Teramo dopo aver seguito un corso di permacoltura, l’opportunità per dare a se stessa e ai suoi quattro figli l’opportunità di vivere a contatto con la natura.

Oggi, presiede tre aziende: Ekoe commercializza prodotti monouso alternativi alla plastica fossile; Plastic Free Certification certifica l’abbandono della plastica nelle aziende, considerando l’intera filiera coinvolta; Komposta promuove la trasformazione degli scarti organici in terriccio tramite l’uso di compostiere elettromeccaniche: «Komposta è nata due anni fa. L’azienda stessa fa ricerca, testando i vari materiali di scarto. Il compost ottenuto viene poi analizzato. Abbiamo anche creato una app che funziona a distanza, per essere sempre in grado di controllare la produzione e restituire poi alla terra il prodotto più idoneo e gradito».

Di |2024-06-12T12:36:02+01:00Giugno 30th, 2023|Innovazione, MF, Sostenibilità e CSR|0 Commenti