Welfare aziendale: ora anche le piccole imprese imitano le grandi


C’è chi, come Facebook, offre il rimborso per la palestra, chi inserisce nella sua proposta contrattuale il benefit del dentista (Google), chi addirittura assistenza economica e legale per le adozioni (Amazon). Il boom del welfare aziendale, l’insieme delle pratiche dei datori di lavoro per favorire il benessere dei lavoratori attraverso una serie di servizi e prestazioni da affiancare alla classica retribuzione, non si ferma. E anzi, trova sempre nuove modalità per “fidelizzare” i propri dipendenti. Non si parla solo di grandi aziende multinazionali: che siano buoni pasto, soluzioni per il trasporto collettivo o contributi per la cura dei familiari, sono moltissime le imprese anche medio-piccole che hanno adottato una qualche forma di benefit per i propri lavoratori come parte della retribuzione. Anche e soprattutto grazie alle agevolazioni fiscali che la legge consente.

Secondo l’ultimo report sull'andamento dei premi di produttività del ministero del Lavoro, infatti, al 14 Novembre 2018 sono state 39.287 le dichiarazioni di conformità depositate ai fini della detassazione: il numero di accordi aziendali che ne prevedono la conversione in beni e servizi di welfare è in aumento rispetto agli anni scorsi, ed è una buona notizia.

È anche per questo motivo che Adapt ha recentemente pubblicato “Fare welfare in azienda. Guida pratica per imprese, consulenti, sindacalisti, operatori”, un manuale operativo che punta a fornire indicazioni per la costruzione di piani di welfare che non siano «improvvisati, ma ragionati, coerenti coi reali bisogni di imprese e lavoratori e integrati con i servizi presenti sul territorio», secondo la descrizione che viene fornita del libro.

«Vista la grande diffusione del welfare, abbiamo pensato che fosse utile pubblicare un testo che parlasse del tema e ne facesse capire le basi normative, le ragioni e gli obiettivi», spiega Silvia Spattini, Direttore e Adapt Senior Research Fellow e co-autrice della guida.

Tra le tipologie più richieste dai dipendenti ci sono servizi sanitari, previdenza, educazione dei figli, servizi di assistenza e cura per i familiari, oppure buoni acquisto e per attività ricreative.

Silvia Spattini, Direttore e Adapt Senior Research Fellow

Se di welfare si parla già da tempo, e in Italia è anche già abbastanza diffuso, in realtà una vera discussione sul tema è partita solo di recente: «È con la finanziaria del 2016 che è stata prevista la possibilità di accordi relativi al premio di risultato da trasformare in welfare», dice Spattini. «Questo ha rilanciato tutto il welfare aziendale, che può avere diverse fonti: la trasformazione appunto del premio di risultato, il risultato di un accordo tra le parti, oppure di un regolamento aziendale, in cui l’azienda stabilisce da sé che tipologia di welfare erogare».

Le tipologie sono quelle classiche: alcune sono meramente organizzative e più legate alla conciliazione tra vita privata e lavoro, come gli orari flessibili, oppure legati all’ambito più generale dell’utilità sociale, dall’istruzione alle attività ricreative e il tempo libero, ma anche i buoni pasto, il trasporto collettivo o i buoni acquisto.

In generale, il tipo di benefit dipende in larga misura dai contesti aziendali: secondo l’ultimo rapporto Adapt, realizzato in collaborazione con Ubi Banca, ad esempio, nel settore della meccanica industria prevalgono i flexible benefit, ovvero l’erogazione di un credito di welfare in cui i lavoratori scelgono da sé la tipologia di bene o servizio di cui preferiscono usufruire. «Tra le tipologie più richieste dai dipendenti ci sono servizi sanitari, previdenza, educazione dei figli, servizi di assistenza e cura per i familiari, oppure buoni acquisto e per attività ricreative. Al secondo posto invece si trovano le soluzioni per la conciliazione e l’organizzazione del posto di lavoro e la formazione continua», illustra l’esperta.

Nel grande universo del welfare aziendale, insomma, c’è l’imbarazzo della scelta. E se in generale è più semplice adottare politiche di questo tipo per le aziende di grandi dimensioni, comunque non mancano «esempi di piccole e medie imprese che si mettono in reti per favorire la diffusione del welfare, come in Veneto», riporta Spattini.

La possibilità di usare la tecnologia ha reso il welfare più facile e vantaggioso sia per le aziende che per i lavoratori in termini di scelta, allargando la platea dei servizi disponibili

Silvia Spattini, Direttore e Adapt Senior Research Fellow

Si sta insomma diffondendo una nuova sensibilità verso i temi del benessere del lavoratore, comprovati da studi che mostrano come il welfare non solo consenta di fidelizzare il lavoratore, di creare benessere organizzativo e un clima aziendale positivo, ma anche come la costruzione di un contesto organizzativo costruttivo incida positivamente sulla produttività dell’azienda, riducendo il turnover e l’assenteismo.

Insomma, sembra che sia ufficialmente finita «l’era del welfare con funzione concessiva, legata unicamente all’atteggiamento paternalistico del capitalista illuminato di fine Ottocento». Universalmente la cura del benessere dei lavoratori sta entrando nella percezione delle aziende come fattore determinante per un business sano.

E anche la tecnologia in questo senso sta dando un contributo importante: le piattaforme informatiche per la gestione ed erogazione di beni e servizi di welfare favoriscono la diffusione del welfare, grazie alla crescente semplicità d’uso (basti pensare all’esempio sopra citato delle piattaforme di erogazione del credito). «La possibilità di usare la tecnologia ha reso il welfare più facile e vantaggioso sia per le aziende che per i lavoratori in termini di scelta, allargando la platea dei servizi disponibili», puntualizza l’esperta.

Allo stesso modo, la crescente diffusione del welfare ha contribuito anche alla nascita di nuove professionalità, dove i provider di servizi o gli addetti alla connessione tra aziende e provider di quei servizi «non sono più solo commerciali, ma devono approfondire la materia e sviluppare una professionalità più specializzata».

Al momento, tuttavia, le misure di welfare fiscalmente agevolate possono essere destinate soltanto a lavoratori dipendenti (o ai cococo). Nulla impedisce di riconoscere comunque servizi di welfare, che però non potranno godere di vantaggi fiscali

Silvia Spattini, Direttore e Adapt Senior Research Fellow

Si sta aprendo insomma una nuova di prosperità e consapevolezza per il welfare aziendale. Il limite? Il fatto di restare confinato solo ai lavoratori dipendenti, per via dei vantaggi fiscali legati all’inquadramento. Ma il mondo del lavoro, lo sappiamo, è in una fase di profonda trasformazione, dove accanto alle forme di smart working c’è anche un numero crescente di persone che lavorano “in proprio” all’interno della cosiddetta gig economy. Il rischio, pur con l’evoluzione delle forme di welfare, è che questi lavoratori restino tagliati fuori. Sarà possibile pensare di includere anche loro in qualche modo?

«Riconoscere misure di welfare anche ad altre forme di collaborazioni sarebbe rilevante come risposta alle trasformazioni del mondo del lavoro attuale. Al momento, tuttavia, le misure di welfare fiscalmente agevolate possono essere destinate soltanto a lavoratori dipendenti (o ai cococo). Nulla impedisce di riconoscere comunque servizi di welfare, che però non potranno godere di vantaggi fiscali», conclude Spattini. Da un certo punto di vista, il lavoratore autonomo potrebbe avere l’interesse non solo ad avere un riconoscimento unicamente economico, ma anche di altro tipo. Dopotutto, nello scambio tra prestazione lavorativa e controprestazione, sarebbe un segnale del riconoscimento e della valorizzazione anche di una componente sociale».

Di |2024-07-15T10:05:26+01:00Aprile 10th, 2019|MF, Sostenibilità e CSR, Welfare|0 Commenti