Lavoro domestico: colf, badanti e babysitter non bastano. Quali soluzioni?


L’Italia è un Paese che tende strutturalmente all’invecchiamento ma dove, paradossalmente, è sempre più difficile trovare personale fidato e competente che si prenda cura dei nostri anziani e non solo. Nel 2020, anno dell’avvento della pandemia, l’INPS ha censito circa 920 mila rapporti di lavoro domestico regolari: 481.697 colf e 437.663 badanti. Una forza lavoro prevalentemente straniera (circa il 70% del totale) e per la quasi totalità costituita da donne. «Sebbene rispetto al 2019 si sia registrato un incremento del 7,5% dell’occupazione, riteniamo che questo sia ancora insufficiente per far fronte alla crescente esigenza di assistenza in casa», evidenzia Andrea Zini, presidente della Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico – Assindatcolf.

Ma non solo. All’ormai strutturale processo di invecchiamento della popolazione italiana, da qualche anno si è aggiunta un’altra criticità al momento ancora poco “attenzionata”: il progressivo invecchiamento della forza lavoro impiegata nel comparto. «Secondo i nostri calcoli, infatti, nell’ultimo decennio è drasticamente calata la presenza di colf, badanti e baby sitter under 30 (- 61,4%) mentre gli over 50 rappresentano ormai oltre la metà dei lavoratori impiegati nel comparto: circa 480mila domestici regolari (di cui 319mila stranieri) su un totale di 920mila. Questo significa che nell’arco di un decennio, circa il 50% dei lavoratori oggi impiegati presso le nostre case saranno in pensione o in età pensionabile senza che sia stata prevista una programmazione specifica che consenta un ricambio o nuovi flussi di ingresso».

Da oltre un decennio a questa parte, infatti, non vengono destinate al settore domestico quote nei cosiddetti “decreti flussi” annuali. Questa grave mancanza, che negli anni ha fatto sì che si creassero consistenti sacche di irregolarità (che nel comparto dell’assistenza hanno percentuali altissime, si stima che 6 lavoratori su 10 siano in nero), ha anche acuito il problema con cui ogni giorno devono confrontarsi le famiglie che sono alla ricerca di personale che si occupi della casa, dei genitori anziani o dei figli piccoli, ovvero la carenza di personale. «Una condizione che in alcuni casi diventa quasi paradossale: rispetto al passato è, infatti, sempre più difficile trovare domestici che siano disposti a lavorare in regime di convivenza. La prospettiva di un vitto e di un alloggio non è più attrattiva, così come, probabilmente, non lo sono gli stipendi e talvolta le mansioni attribuite a queste figure».

 

Come fare, quindi, con gli anziani che hanno bisogno di un’assistenza continua?

Ecco alcune ipotesi suggerite da Assindatcolf:

  • Deduzione del costo del lavoro domestico
    «Sono anni che la nostra associazione, Assindatcolf, si batte per chiedere al Governo e alle Istituzioni che venga introdotta la totale deduzione del costo del personale domestico e che, al contempo, vengano previste delle misure specifiche di welfare. L’auspicio è che con il Family Act si possano compiere importanti passi in questa direzione e che contestualmente venga portata avanti la riforma sulla non autosufficienza per cui si sta mobilitando il Network per la non autosufficienza di cui facciamo parte insieme ad altre 50 realtà».
  • Per 6 famiglie su 10 positivo assumere rifugiati ucraini
    Allargare le maglie del decreto flussi e assumere rifugiati ucraini in fuga dalla guerra: è questa la “soluzione” indicata dalle famiglie datrici di lavoro domestico per far fronte alla scarsa disponibilità di personale disposto a lavorare come colf, badante o baby sitter. Secondo i dati che emergono dall’indagine condotta dal Censis per conto di Assindatcolf, 6 famiglie su 10 (il 59% del campione) valutano positivamente il recente provvedimento che consente l’assunzione dei profughi ucraini in fuga dalla guerra che abbiano fatto richiesta di protezione temporanea. Su questo tema tuttavia, in un’intervista al magazine Vita, Maurizio Ambrosini, sociologo esperto di migrazioni, docente all’Università Statale di Milano, aveva espresso perplessità: «Non possiamo immaginare che tutte le donne arrivate dall’Ucraina si dedichino all’assistenza dei nostri anziani, né che vogliano farlo». Queste le sue parole: «Non sono badanti, togliamocelo dalla testa. Sarebbe uno spreco di competenze, che in realtà è uno dei punti più critici della nostra gestione dell’immigrazione. Dopo la fase delle risposte ai bisogni primari delle persone in fuga dall’Ucraina, è tempo di iniziare a ragionare di quali prospettive ci siano sul fronte del lavoro». Secondo l’esperto, «possiamo mettere in conto che qualche famiglia pensi di assumere una persona in forma part time, per solidarietà, ma non saranno grandi numeri».
  • Un nuovo decreto flussi
    «Ad un mancato ricambio generazionale della forza lavoro, che per oltre la metà è over 50, si aggiunge poi la questione flussi di ingresso, molto sentita considerando che il 70% dei lavoratori sono stranieri e che da oltre un decennio non vengono dedicate quote specifiche», evidenzia Andrea Zini. Un altro paradosso che, se affrontato, potrebbe risolvere il problema della carenza di personale, come testimoniano le famiglie stesse che oggi valutano positivamente anche la possibilità di assumere rifugiati ucraini. «In questa prospettiva sarebbe utile replicare nel settore domestico quello che è avvenuto nell’edilizia, dove è stato siglato un protocollo di intesa tra i Ministeri del Lavoro e dell’Interno per favorire l’inserimento socio lavorativo di richiedenti e titolari di protezione internazionale e altri cittadini stranieri in condizioni di vulnerabilità. Accogliamo, dunque, con favore l’apertura del Ministro Orlando, che si è detto pronto a firmare accordi analoghi anche in altri settori: Assindatcolf – conclude Zini – è da subito disponibile a lavorare su un percorso ad hoc per il comparto domestico”.

 

Di cosa hanno bisogno le famiglie che vivono la non autosufficienza?

Secondo quanto emerge dal report realizzato dal Censis per Assindatcolf, per far fronte alle loro esigenze, le famiglie vorrebbero un contributo economico che le metta nelle condizioni di impiegare un assistente familiare (36,3%) o, in alternativa, chiedono la possibilità di portare in deduzione il totale del costo sostenuto per il personale domestico impiegato (35,5%). Di contro, il 14% delle famiglie preferirebbe ricevere servizi personalizzati erogati da personale specializzato da parte dell’ASL, del Comune o di enti autorizzati e accreditati; l’11,5% vorrebbe un contributo economico pubblico senza vincoli di utilizzo e solo il 2,7% preferirebbe ricevere un contributo economico pubblico che vada a sostenere il reddito di un caregiver. Emerge la consapevolezza che una condizione complessa e delicata, come quella della non autosufficienza, può essere affrontata in modo adeguato solo attraverso una presa in carico della famiglia, alla quale però deve essere riconosciuto il ruolo sostitutivo svolto. In alternativa è necessario predisporre un servizio di assistenza, accurato e competente, soprattutto nei casi in cui la famiglia non riesce a rispondere con le proprie forze e con le proprie risorse all’assistenza di cui ha bisogno un familiare che versa in gravi condizioni di salute.

 

Colf: le figure più richieste

Il 79,5% delle famiglie associate a Assindatcolf impiega una collaboratrice domestica. Le colf sono prevalentemente di origine straniera (nell’83,1% dei casi) e assunte a ore (89,9%). Comportano una spesa media mensile intorno ai 650 euro per famiglia. Il ricorso all’aiuto domestico è motivato soprattutto (per il 43,3%) dall’impossibilità di occuparsi direttamente della cura della casa. La percentuale sale al 57,3% dei nuclei familiari in cui sono presenti persone non autosufficienti e al 67,0% tra gli over 75 anni. L’aiuto domestico favorisce la conciliazione degli impegni professionali e di quelli fuori casa: vale per il 21,4% (e il dato sale al 38,9% tra gli under 50). Ma una famiglia su cinque (il 20,8%) incontra difficoltà a sostenere la spesa per le collaboratrici domestiche. Questi sono alcuni risultati del report «Colf, badanti e baby sitter: una spesa irrinunciabile, ma quanto sostenibile?», il secondo elaborato nell’ambito del progetto «Welfare familiare e valore sociale del lavoro domestico in Italia» realizzato dal Censis per Assindatcolf.

 

Le baby sitter: indispensabili per conciliare lavoro e vita familiare

Il 7,1% delle famiglie ricorre alle baby sitter. In questo caso la quota di personale italiano impiegato arriva a quasi la metà del totale: il 47,8%. L’impegno delle tate è prevalentemente su base oraria (86,1%). La conciliazione degli impegni professionali con quelli familiari è in testa alle motivazioni di chi assume una baby sitter (55,8%).

«Considerato che il lavoro domestico è diventato a tutti gli effetti un vero e proprio pilastro del welfare di questo Paese, riteniamo necessario e urgente un intervento da parte dello Stato affinché siano previste agevolazioni alla regolare assunzione che permettano alle famiglie di risparmiare sui costi. Allo stesso tempo è importante che i bisogni di assistenza domestica entrino a pieno titolo nelle valutazioni per la formulazione dei progetti di assistenza individuale integrati (PAI)», ha concluso Zini.

Sempre più richiesti gli uomini

Sebbene quella di colf, badanti e baby sitter resti un’attività quasi esclusivamente al femminile (84,9%), il dato che maggiormente colpisce è il ‘boom’ nella presenza maschile, cresciuta in un anno del 17%, raccogliendo di fatto il totale dell’incremento complessivamente registrato nel settore (+21 mila unità). Accanto a questo fenomeno (stabile dal 2020) rileviamo l’ormai costante decrescita delle donne (-3,3 mila unità in un anno) con l’unica eccezione avuta nel 2020, quando si registrarono +59,3 mila unità.

Di |2024-06-14T07:37:05+01:00Giugno 29th, 2022|Human Capital, MF, Welfare|0 Commenti