Autismo e inclusione lavorativa, la differenza che arricchisce


«Quando si parla di spettro autistico, le polarizzazioni non aiutano nessuno, anzi: creano delle discordie, che rischiano di far disperdere energia e risorse». A parlare così è Cristina Panisi, pediatra con un dottorato in psicologia, neuroscienze e statistica medica, esperta di autismo che collabora con diversi istituti del settore – fra cui Fondazione Istituto Sacra Famiglia e l’Irccs Medea – e referente scientifico dell’associazione Diesis di Milano.

«È importante mettere a sistema un modello di intervento fluido, che sappia intercettare i bisogni dei singoli, allontanandosi da luoghi comuni e da generalizzazioni». Quando la gente pensa all’autismo, infatti, troppo spesso si figura delle situazioni agli antipodi: o persone con elevato bisogno di supporto, delle quali non vengono colte le abilità, o persone geniali – spesso nel campo dell’informatica – con livelli di memoria, conoscenza e capacità di calcolo irraggiungibili da persone con sviluppo neurotipico. Quello che resta tagliato fuori da questa narrazione è ciò che sta in mezzo, la gran parte dello spettro, cioè tutti coloro che nella vita di tutti i giorni incontrano delle difficoltà ma non sono in condizione di evidente disabilità. «È necessario supportare ciascuno secondo le proprie potenzialità e le proprie esigenze», continua l’esperta, «senza fermarsi alla diagnosi, come fosse un’etichetta che definisce la persona per quello che non sa fare». In questo senso, l’accesso al mondo del lavoro è fondamentale: secondo Panisi, il lavoro è ciò che sancisce il passaggio da individuo a persona, poiché rappresenta l’esperienza fondamentale della dimensione sociale in età adulta.

«Bisogna creare percorsi che permettano di modulare gli interventi a seconda delle caratteristiche di ognuno, in modo da mettere in campo azioni differenti e personalizzate», dice. «Per esempio, l’introduzione massiccia dello smart working per qualcuno è stata una grande possibilità; per altri il lavoro in azienda potrebbe essere la soluzione migliore; per altri ancora, è più indicato un centro di lavoro protetto. Si deve consentire a tutti di mettere a disposizione il proprio talento, è un diritto sancito dalla costituzione: o ammettiamo che ci siano cittadini di serie A e di serie B oppure, se davvero non è retorica il riconoscimento universale del diritto al lavoro, dobbiamo creare le condizioni perché diventi realtà».

Stiamo parlando molto di autismo, anche con le voci di chi vive in prima persona questa condizione. Questo sta portando con sé emozioni molto importanti: dobbiamo fare in modo che le emozioni non si spengano.

In Italia, la professionalizzazione dei giovani nello spettro autistico durante il ciclo di studi costituisce una grossa criticità. Gli attuali giovani adulti hanno di frequente ricevuto diagnosi tardive e quindi è mancato un supporto educativo adeguato, con conseguente limite nell’acquisizione di competenze. Gli interessi elettivi che spesso caratterizzano chi  è nello spettro, per esempio, sono di solito messi forzatamente da parte, quando potrebbero essere resi uno strumento di interazione con gli altri e delle buone carte da giocare nel mercato lavoro. «Credo che sia necessario creare dei modelli interdisciplinari, coinvolgendo in maniera robusta anche gli interlocutori che stanno al di fuori del mondo dell’autismo», afferma la dottoressa.

«Per creare una consapevolezza profonda, che non cada in una mera ottica assistenzialistica, devono entrare in campo nuovi attori, considerati autorevoli dal mondo delle imprese. In questo senso hanno giocato un ruolo determinante le agenzie per il lavoro. Il cambiamento di sguardo da parte di queste realtà è e sarà la chiave di volta».

In tutta Italia, infatti, stanno nascendo sperimentazioni per facilitare l’accesso al mondo del lavoro – e il benessere una volta ottenuta una posizione – delle persone neurodivergenti. Ad esempio, il progetto #COLORIAMOLINVISIBILE di Fondazione Adecco ha proprio questo obiettivo: favorire l’orientamento al lavoro e l’inclusione professionale, e quindi sociale, delle persone autistiche, aiutandole a riconoscere le proprie competenze e creando un contesto relazionale capace di accoglierle e accompagnarle nella costruzione dei rapporti con colleghi e responsabili. I beneficiari – 27 giovani nello spettro – sono seguiti in tutto il percorso, compresa la stesura di un curriculum vitae e la costruzione di un progetto professionale. Anche dopo l’inserimento in azienda, le persone non sono lasciate sole, ma sono seguite da psicologi e associazioni, individuati da partner di progetto esperti.

«Alle imprese bisogna fare proposte concrete», dice Panisi. «Ora si sta parlando molto di autismo, anche con le voci di chi vive in prima persona questa condizione; questo sta portando con sé delle emozioni molto importanti: dobbiamo fare in modo che le emozioni non si spengano, diventino sentimenti e si traducano in azioni».

Un cambiamento di prospettiva è importante per le aziende, non solo dal punto di vista etico: ormai molti studi evidenziano il legame tra un ambiente lavorativo inclusivo e una maggiore efficienza dell’impresa, in termini di produttività, di innovazione e di coinvolgimento dei dipendenti. La diversità, intesa come varietà delle manifestazioni dell’umanità, è quindi fondamentale perché una realtà economica lavori meglio. Ma, per raggiungere l’obiettivo, c’è bisogno di impegno. «Sta a noi fare piccoli passi verso il cambiamento», conclude la dottoressa. «serve un atteggiamento costruttivo, non basta lamentarsi di ciò che non funziona: se vogliamo essere veramente incisivi, la protesta deve farsi proposta. E diventare azione».

Di |2024-06-14T07:37:38+01:00Aprile 17th, 2023|Human Capital, Inclusione Sociale, MF|0 Commenti