Le donne al centro della ripartenza economica globale


Le opportunità di carriera e stipendio per le donne sono ad oggi molto inferiori rispetto a quelle degli uomini: il pay gap medio – la differenza di stipendio, a parità di mansioni – in Italia, nel settore privato, è del 21%, tra i valori più alti di tutta Europa.

Tuttavia, con l’approvazione da parte del Senato della proposta di legge sulla parità retributiva, questa situazione sembra essere ad un punto di svolta.

 

I dati

Sono solo esempi che però aiutano a fotografare una realtà in cui per le donne il mondo del lavoro è ancora pieno di ostacoli e barriere. Come dimostra l’analisi condotta da Bain&Company, che ha intervistato più di 40 aziende, appartenenti a otto industry differenti, dando lavoro a 350mila persone.

Il mercato del lavoro italiano è fortemente sbilanciato a sfavore delle donne e l’equità rappresenta un traguardo ancora lontano.

Riportano i ricercatori.

Il gender gap sul posto di lavoro non si presenta solamente sotto forma di differenze salariali. Il rapporto di Bain&Company sottolinea come in Italia ci siano sempre più donne qualificate che non partecipano alla forza lavoro, con una forbice che cresce all’aumentare dell’età.

E non solo. Una donna su cinque subisce molestie fisiche sul posto di lavoro, nel 2020 il tasso di posti di lavoro persi dalle donne è stato doppio rispetto agli uomini, mente le richieste di aiuto per abusi domestici sono aumentate del 70%. Infine, tra le società quotate in Borsa, soltanto 1 CEO su 10 è donna.

Nel 2020 il Rapporto Cerved-Fondazione Marisa Bellisario aveva fotografato i numeri delle donne al vertice in diversi settori: «In tutto il Paese, le amministratrici delegate sono solo il 6,3% del totale. Nelle università la percentuale di donne si assottiglia ad ogni step di carriera: sono il 47% fra i ricercatori a tempo indeterminato, scendono al 38% fra i professori associati e sono solo il 23% degli ordinari».

E poi ci sarebbe la politica. Se le donne sono poco più della metà della popolazione, la sotto-rappresentazione nelle istituzioni è praticamente una costante: dal secondo governo De Gasperi alla fine dello scorso esecutivo (Conte II), su 4.864 presidenti, ministri e sottosegretari che hanno giurato al Colle appena 319 sono state donne – il 6,56% del totale.

Quello del gender gap è un tema di discussione in molti Paesi, ma solo in Italia è così sbilanciato.

Dal resto d’Europa, inoltre, si potrebbe prendere spunto per alcune proposte da applicare fin da subito.

In Islanda, ad esempio, aziende e uffici pubblici con più di 25 dipendenti devono dimostrare che il salario di uomini e donne è identico. E in Regno Unito, Germania e Belgio le società con oltre 250 dipendenti devono pubblicare ogni anno i dati su stipendi e bonus di uomini e donne.

Come si muove la politica

Intanto a Roma, mentre il Covid-19 sembra aver peggiorato la condizione lavorativa ed economica delle donne, si sta già lavorando per colmare un gap di genere non più ammissibile. Lo scorso 26 ottobre, in Senato, è stata approvata in via definitiva la proposta di legge sulla parità retributiva uomo-donna.

«Una proposta che ha unificato i testi di dieci disegni di legge – ha spiegato la relatrice Chiara Gribaudo, Pd – e prevede la creazione di nuovi meccanismi di trasparenza e garanzia per le donne lavoratrici attraverso il rapporto sulla situazione del personale e la creazione di una certificazione di parità di genere per premiare le aziende virtuose. Oggi il Global gender gap report ci pone fra i peggiori Paesi europei per le differenze economiche fra uomini e donne, e stima che servano oltre 200 anni per raggiungere la parità».

Non solo. Anche il Recovery Plan pone la maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro tra i suoi obiettivi, come raccomandato anche dalla Commissione europea. Tra le misure, c’è ad esempio quella della clausola di priorità per l’assunzione di giovani e donne nelle imprese che attingeranno ai fondi europei per la realizzazione dei progetti previsti nel piano. Ma il tema è trasversale a tutto il PNRR.

Uno sguardo al futuro

A luglio, a Roma, si è svolto il summit del Women20 – il gruppo del G20 che si occupa di uguaglianza di genere e rappresenta la società civile – delineando progetti, proposte e strategie per incrementare la presenza femminile nel mondo del lavoro e investire sull’imprenditoria delle donne, pensare a un piano d’azione globale contro gli stereotipi di genere e per il cambiamento culturale, e per mettere il contrasto alla violenza contro le donne al centro dell’agenda internazionale.

«Per la prima volta il G20 è un G20 che si occupa ad ampio spettro delle tematiche di genere mentre tradizionalmente era focalizzato sulle questioni economiche», aveva scritto su Repubblica Linda Laura Sabbadini, direttore centrale Istat, al termine del Women20.

La sensazione forte è che qualcosa sta cambiando, che cresce la consapevolezza che una rivoluzione rosa è possibile e auspicabile.

Linda Laura Sabbadini

I Paesi si sono accordati su una tabella di marcia per raggiungere e anche superare l’obiettivo fissato a Brisbane, che prevede di ridurre del 25% entro il 2025 i divari di genere nel tasso di partecipazione alla forza lavoro nei Paesi del G20. La tabella comprende 17 indicatori che consentono di monitorare i progressi raggiunti verso la piena parità di genere nel mondo del lavoro.

Gli impegni sono stati ribaditi nel corso della conferenza del G20 sull’empowerment femminile svoltasi ad agosto a Santa Margherita Ligure. «Abbiamo bisogno di contrastare in ogni ambito, anche in quello familiare ed educativo oltre che nel lavoro, le diseguaglianze che gravano sulle donne, sulle bambine e le ragazze», ha detto la Ministra per le Pari opportunità Elena Bonetti.

L’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030 dell’Onu indica che «mentre il mondo ha fatto progressi nella parità di genere e nell’emancipazione delle donne attraverso gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (tra cui la parità di accesso all’istruzione primaria per ragazzi e ragazze), donne e ragazze continuano a subire discriminazioni e violenze in ogni parte del mondo.

Ogni perdita di talento femminile è una perdita per tutti noi.

Mario Draghi

La parità di genere non è solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace. Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, promuoverà economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera».

«Ogni perdita di talento femminile è una perdita per tutti noi», ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi in apertura dei lavori del G20 femminile di agosto. «In quanto Paesi del G20, abbiamo degli obblighi non soltanto nei confronti dei nostri cittadini, ma anche nei confronti della comunità globale. Dobbiamo difendere i diritti delle donne ovunque nel mondo, soprattutto dove esse sono minacciate».

Di |2024-06-14T07:26:30+01:00Ottobre 27th, 2021|Human Capital, Inclusione Sociale, MF|0 Commenti