Edilizia del futuro: come cambia il settore tra nuove professioni e formazione


Saprà attirare giovani e, cosa nuova, tante donne. Favorirà la mobilità in Europa e sarà accompagnato da una formazione all’avanguardia su temi green e digitali. Il settore dell’edilizia, uno dei più importanti per vastità ed estensione (secondo i dati della Commissione europea, costituisce il 9% del Pil e dà lavoro a circa 18 milioni di persone), è destinato a cambiare.

I nuovi processi produttivi (come l’off-site manufacturing), l’espansione del digitale in ogni fase di lavoro (dalla stampa 3D fino al cloud computing), le sfide poste dal cambiamento climatico e dalla transizione ecologica sono solo alcuni dei fattori che impongono un rinnovamento dei metodi di lavoro e, soprattutto, della formazione.


Le nuove competenze

Quello della formazione è un aspetto cruciale del settore. Secondo il Cedefop, Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale, nel periodo compreso tra il 2018 e il 2030 nel comparto edile ci saranno quattro milioni di posti di lavoro in più, mentre in Italia l’occupazione scenderà del 2,7%. Pochi di questi nuovi lavoratori, si prevede, avranno le competenze necessarie per garantire il raggiungimento degli obiettivi di transizione ecologica.

Ecco perché – spiegano – risulta necessario un investimento, quanto più rapido possibile, in upskilling e reskilling. Cioè nuove capacità tecnologiche, più consapevolezza sull’impiego di materiali green, conoscenza dei principi dell’economia circolare.

Nel 2017 – ma l’urgenza era sentita anche dieci anni fa – la Commissione europea ha creato una cornice di riferimento attraverso il programma “Construction Blueprint”, per il periodo 2019-2022. Finanziato con i fondi dell’Erasmus + e coordinato dalla Fundación Laboral de la Construction, raccoglie le organizzazioni del settore sia europee che nazionali, insieme a 12 centri di istruzione e formazione professionale situati ognuno in un Paese diverso.

L’obiettivo è mettere a punto la migliore strategia per sviluppare le nuove competenze nel settore edile, guardando al tempo stesso alle necessità delle imprese e alle possibilità del mercato, il tutto alla luce dei principi della transizione ecologica e digitale. Per l’Italia, hanno preso parte l’Ance, Associazione nazionale costruttori edili, e il Formedil, Ente nazionale per la formazione in edilizia. Proprio quest’ultimo si è occupato di coordinare la fase iniziale, dove è stato tracciato il quadro della situazione.

Abbiamo di fronte una grande opportunità per rilanciare il settore, recuperare quello che non si è fatto negli anni e raggiungere obiettivi ambiziosi – Romain Bocognani, vice direttore generale dell’Ance

 

Una fotografia del settore

E il quadro della situazione non è incoraggiante: sotto questo aspetto tutti i Paesi, a seconda delle caratteristiche, mostrano ritardi e difficoltà. In Italia uno dei problemi principali, come evidenziato dal report di Construction Blueprint, è legato all’alta presenza di lavoratori low-skilled, dovuti in parte anche all’effetto sostituzione: al declinare della popolazione nativa, i posti vengono occupati da lavoratori stranieri, scelti però per svolgere lavori di bassa qualifica. Questo influisce su un settore con grande potenziale, ma povero di competenze.

«Purtroppo il nostro Paese esce da un decennio di forte crisi», spiega Romain Bocognani, vice direttore generale, direttore Relazioni Istituzionali e Affari Esteri dell’Ance. «Anche prima del Covid eravamo a livelli di fatturato e investimenti di un terzo inferiori rispetto al 2008 e all’inizio della crisi economica».

È stata una lunga traversata del deserto, «dove gli addetti sono passati da due milioni a un milione e 400mila e le imprese hanno cercato prima di tutto di sopravvivere, senza investire in innovazione». Oggi, per fortuna, «il contesto è cambiato. Abbiamo di fronte una grande opportunità per rilanciare il settore, recuperare quello che non si è fatto negli anni e raggiungere obiettivi che sono ambiziosi, non solo per noi, ma anche per Paesi che non hanno vissuto le nostre difficoltà».

Invertire la tendenza impone uno sforzo comune, che riguardi il settore ma anche la politica. Da questo punto di vista la strada è stata indicata: il piano nazionale Industria 4.0 ha tracciato, per esempio, le fasi di adozione del Bim (Building Information Modelling), mentre gli altri altri incentivi e detrazioni che si sono aggiunti negli anni favoriscono la diffusione di interventi di efficientamento energetico (come il 110%, introdotto nel Decreto Rilancio) e di riqualificazione dei materiali.

In questo contesto si è collocato anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che «costituisce una sfida per le imprese e la formazione», spiga Bocognani. «Al momento abbiamo un doppio fabbisogno: il primo è numerico, ci servono 265mila persone, una cifra altissima, che possano lavorare fin da subito. Il secondo è di competenze. Serve personale qualificato, che sappia applicare le nuove conoscenze digitali, ecologiche, di economia circolare».

Abbiamo un doppio fabbisogno: il primo è numerico, ci servono 265mila persone, una cifra altissima, che possano lavorare fin da subito. Il secondo è di competenze. Serve personale qualificato

Romain Bocognani, vice direttore generale dell’Ance

 

Cosa serve 

Secondo l’analisi di Construction Blueprint, le figure che mancano sono, ad esempio, tecnologi dei materiali, che studiano le strutture dei materiali e la loro interazione con l’ambiente, oppure profili manageriali come project manager, che devono gestire i rischi di un progetto, le risorse e l’organizzazione generale, oppure ancora Data Analyst che raccolgono dati e li analizzano per avere informazioni utili per il business dell’azienda.

Ma non solo: ai lavoratori dell’edilizia servirà imparare anche a operare in contesti di fabbrica e non di cantiere, visto che sempre più parti di edifici saranno costruite in un punto specializzato e poi trasportati dove servono. Dovranno prepararsi a un mondo sempre più urbanizzato, che si traduce in lavori di ammodernamento e ristrutturazione più che di costruzione. E bisognerà poi tenere conto che i nuovi materiali, meno inquinanti, richiedono utilizzi e impieghi nuovi, da imparare. Serviranno anche soft skill e capacità di relazione, per migliorare i rapporti tra colleghi.

Quella che ne uscirà sarà un’edilizia nuova, più verde e tecnologica, ma anche più giovane e femminile. Le basi sono state messe, i lavori vanno avanti. I frutti li vedremo già alla fine del 2022 – Romain Bocognani, vice direttore generale dell’Ance

Quanto ci vorrà per ricalibrare tutto questo? «Un certo tempo ci vuole. Soprattutto per la parte ingegneristica, dal momento che i percorsi di architetti e ingegneri sono lunghi», spiega Bocognani. «Abbiamo anche scuole edili, ma è ovvio che maggiore è la qualificazione richiesta e più è il tempo che serve. Per il momento il primo passaggio è creare le condizioni giuste, anche per le imprese – ad esempio con una riduzione di contribuzioni per le ore di formazione. Tutto questo vale anche per la formazione relativa alla sicurezza, che è fondamentale».

Sarà grazie a queste nuove competenze, poi, che diventerà più facile aumentare anche la presenza delle donne in un settore considerato, soprattutto sul versante dei lavori di manodopera, a prevalenza maschile. «Donne architetto e ingegnere ci sono già. Il Pnrr insiste molto sull’occupazione femminile e credo che gli effetti positivi si vedranno presto», dice Bocognani. «Quella che ne uscirà sarà un’edilizia nuova, più verde e tecnologica, ma anche più giovane e femminile. Le basi sono state messe, i lavori vanno avanti. I frutti li vedremo già alla fine del 2022».

Di |2024-07-15T10:06:45+01:00Gennaio 26th, 2022|Formazione, futuro del lavoro, MF|0 Commenti