L’educazione finanziaria può salvare le donne dalla violenza economica


Da cinquantotto anni, in Francia, le donne sono libere di avere un conto in banca. Prima del 1965, nessuna donna sposata poteva possedere denaro a nome proprio. Negli Stati Uniti è dal 1974 che possono avere una carta di credito e un conto corrente intestato. In Italia, oggi, secondo i dati di D.i.Re. – Donne in rete contro la violenza, tre donne su dieci non sono titolari di un conto corrente bancario e quattro su dieci dipendono economicamente dal proprio partner.

L’emancipazione femminile passa anche attraverso la libertà di possedere un conto in banca e di amministrare liberamente e consapevolmente il proprio denaro. Molte, però, sono ancora le situazioni in cui questa autonomia non è rispettata. Si parla di violenza economica e, al contrario di altri soprusi, è poco visibile, per questo rimane spesso difficile da individuare. Nonostante ciò, i dati più recenti stimano che in Italia colpisca il 26,4% delle donne.

«Ci sono comportamenti a cui siamo state socializzate perché li abbiamo visti, ad esempio, in famiglia e che riteniamo quindi la normalità. Ma, invece, non lo sono», afferma Azzurra Rinaldi, Direttrice della School of Gender Economics dell’Università degli studi di Roma Unitelma La Sapienza e fondatrice di Equonomics. Nella violenza economica rientra tutto ciò che riguarda il controllo nella gestione del denaro: dalla supervisione ossessiva degli scontrini da parte del partner, alla concessione centellinata dei soldi per fare la spesa, fino al congelamento di conti correnti e all’intestazione di mutui all’insaputa della donna. «Al contrario di come si potrebbe pensare, non è prerogativa di una determinata classe sociale, succede a tutti i livelli».

Crescere in un contesto che ripropone atteggiamenti patriarcali – tali per cui la figura femminile si occupa del lavoro di cura e quella maschile ha un impiego e l’esclusiva sulla gestione dei soldi – aumenterà la possibilità che si ripropongano atteggiamenti simili nei figli e nelle figlie.

Quando non impariamo a gestire i soldi, quando magari non lavoriamo, rimaniamo chiuse in una vita infantilizzata. Essere adulte significa anche guadagnare.

Inoltre, l’impatto sull’economia è notevole. «Secondo la stima di Banca d’Italia, se il 60% delle donne (che corrisponde alla quota di lavoratrici del nord Italia) avesse un impiego otterremmo un incremento del PIL del 7%. Il problema è che la soluzione per migliorare l’economia c’è già, è davanti ai nostri occhi, ma la verità è che lo stereotipo è talmente forte che si preferisce non esplorare questa grande potenzialità», dice Rinaldi. E poi, oltre alle ricadute nazionali, ci sono quelle personali. «Quando non impariamo a gestire i soldi, quando magari non lavoriamo, rimaniamo chiuse in una vita infantilizzata. Essere adulte significa anche guadagnare».

L’educazione finanziaria svolge un ruolo fondamentale nel contrasto alla violenza economica e nel percorso di emancipazione. «Spesso le donne pensano di non saper gestire il denaro perché viene raccontato loro che sia così. L’educazione finanziaria aiuta a capire che si può imparare ad amministrare i propri soldi e permette di vedere gli eventuali campanelli d’allarme delle situazioni di violenza economica», dice l’economista.

In questo contesto cruciale è la famiglia. Secondo la professoressa Rinaldi, «uno dei passaggi fondamentali è la paghetta modulata in base all’età. Deve essere data con regolarità e i genitori devono imparare a non commentare come i figli spendono quei soldi. È una situazione sicura tale per cui, se i bambini spendono male il denaro, hanno la possibilità di capire il proprio errore e di imparare».

Molti sono i progetti di educazione finanziaria che stano nascendo in tutta Italia. Uno di questi è “Monetine”, promosso da Banca Etica e realizzato da Glocal Impact Network, pensato per coinvolgere le donne in situazioni di vulnerabilità economica, ma anche coloro che lavorano nei centri antiviolenza e nelle banche.

Sono fondamentali perché la violenza economica, quella fisica e psicologica sono strettamente connesse. «Solo il 27% delle donne che arriva nei centri antiviolenza decide di denunciare. Molte di loro non lavorano. Senza soldi, dove potrebbero mai andare? L’empowerment deve essere prima di tutto economico e finanziario. L’idea di “Monetine” è quella di dare strumenti alle donne per rimettere il denaro al centro della loro vita», sostiene Azzurra Rinaldi. Anche gli operatori e le operatrici bancarie sono importanti perché hanno la possibilità di individuare per primi situazioni potenzialmente a rischio.

Saper amministrare il denaro significa avvicinarsi alla libertà e, di conseguenza, alla parità. Eppure, secondo la professoressa Rinaldi, «non stiamo andando nella direzione giusta. In Italia, siamo ancorati alla concezione per cui la donna è mamma e sta a casa, se lavora non va bene».

Solo il 27% delle donne che arriva nei centri antiviolenza decide di denunciare. Molte di loro non lavorano. Senza soldi, dove potrebbero mai andare? L’empowerment deve essere prima di tutto economico e finanziario.

Le ricadute di visioni come questa sono tangibili guardando la situazione nel complesso. Se le cose non cambiano, infatti, «ci vorranno ancora trecento anni per raggiungere la parità di genere», ha detto il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. I dati più recenti non delineano una situazione positiva per l’Italia. Secondo il Global Gender Gap Report 2023, pubblicato a fine giugno, lo Stato italiano si trova al trentesimo posto su trentasei in Europa e al settantanovesimo su 131 a livello mondiale in quanto a parità di genere.

Una parità, dunque, che deve essere raggiunta attraverso un processo di empowerment. È un percorso che passa dalla rivendicazione della propria autodeterminazione e che garantisce alla donna un’alternativa alla violenza. Ma senza denaro, spesso, non c’è possibilità di scelta.

Di |2024-07-15T10:07:10+01:00Luglio 17th, 2023|Human Capital, Inclusione Sociale, MF|0 Commenti