Ergoterapia? No grazie, meglio un vero impiego


«L’ergoterapia nasce all’interno di un paradigma di esclusione». Il giudizio di Edgardo Reali, psicologo, psicoterapeuta e project manager che, dal 2012, è impegnato nell’ambito della prevenzione e della riabilitazione del disagio mentale e dell’inserimento lavorativo delle persone disabili, è duro. Quando si parla di ergoterapia si intende un metodo curativo in cui la terapia è costituita da un’attività lavorativa; le prime sperimentazioni di questa modalità di intervento sono state fatte all’interno delle strutture manicomiali, dove hanno contribuito a rendere meno inumano il trattamento dei pazienti. Ora, tuttavia, secondo alcuni professionisti è tempo di andare oltre. «Ci sono due tipi di strategie riabilitative», continua Reali, «Una è denominata train and place, l’altra place and train. La prima è quella classica, del grande internamento e della grande esclusione, in cui si isola tutto ciò che non è normale. La società non è abbastanza tollerante della diversità e delle caratteristiche specifiche di ciascuno, quindi si creano dei contenitori, in cui prima ti riabilito in contesti protetti e poi ti colloco nel mondo del lavoro».

La strategia riabilitativa migliore è quella che ti inserisce subito con un impiego vero, in cui allenarsi alla quotidianità lavorativa.

Quello che di solito succede, però, è che la persona, abituata ad ambienti fatti su misura per lei, rischia di non reggere l’urto quando si trova ad affrontare un impiego in una situazione reale. «In realtà la strategia riabilitativa migliore è quella che ti inserisce subito con un impiego vero», dice lo psicoterapeuta, «in cui allenarsi alla quotidianità lavorativa».

Lo psicologo Edgardo Reali

Lo psicologo e psicoterapeuta Edgardo Reali

La prima caratteristica dell’ergoterapia è legata al fatto che ci sia un operatore e che, in realtà, la persona non sta svolgendo nulla che sia veramente utile alla comunità. «In questo modo l’identità di chi sta facendo riabilitazione non cambia», afferma Reali, «si tratta di un’identità fittizia, in attesa di entrare nella vita vera». Molti dei progetti più innovativi che si stanno applicando, ora, sono invece quelli che fanno entrare direttamente le persone in azienda, sotto la guida di professionalità – sempre più diffuse – come quella del disability manager, che lavorano sui contesti per creare dei percorsi inclusivi. «Ovviamente tutti quando facciamo una prima esperienza di lavoro siamo agitati, siamo stressati», commenta lo psicologo. «Ma è proprio qui che la riabilitazione può fare la differenza, adattando l’inserimento con delle prestazioni che abbiano una vera utilità e non servano solo a tenere impegnata una persona». Per fare questo serve un grande lavoro di formazione e di preparazione sul contesto: la vera riabilitazione coinvolge un soggetto e tutti coloro che gli stanno attorno, per raggiungere un risultato reale per la comunità. Questo, fin da subito, cambia la percezione di sé e agisce in modo positivo sull’autostima.

Bisognerebbe saper leggere le aspirazioni e i veri desideri delle persone con disabilità.

«Nei vecchi manicomi l’ergoterapia era una modalità per cui c’erano degli assistiti che in realtà lavoravano a costi fuori mercato», racconta Reali, «proprio per tenere in piedi la struttura dell’ospedale psichiatrico; il superamento dell’ergoterapia fu anche dovuto all’emancipazione di chi viveva un disturbo mentale, tramite il lavoro vero all’interno delle cooperative sociali che stavano nascendo». Si tratta anche di una questione di diritti e di affermazione della propria volontà. «Nella terapia del lavoro è il medico che stabilisce qual è l’occupazione più adatta a te», chiosa il terapeuta. «Bisognerebbe, invece, saper leggere le aspirazioni e i veri desideri delle persone con disabilità: si tratta di un tema fondamentale, che va al di là dell’inclusione lavorativa, ma tutto l’ambito dell’autonomia in generale».

I concetti di autonomia e dipendenza, infatti, non sono necessariamente in contraddizione: se una persona viene aiutata, ma al contempo può conservare la sua libertà di scelta, è più facile che raggiunga i suoi obiettivi, professionali come di vita privata. Un’inclusione lavorativa, intesa in senso ampio, efficace è quindi ciò che dà senso a un progetto terapeutico individualizzato: crea quella stabilità esistenziale che permette poi alle persone di avere l’energia e la voglia di continuare a curarsi e di costruirsi un percorso. «Se tutti i luoghi della mia vita sono sanitari», dice Reali, «la mia identità sarà legata solo alla mia condizione e questa non aiuta».

Anche la retribuzione è importante per sviluppare l’autostima: nell’ergoterapia, tendenzialmente, questa è assente o fittizia, non c’è una vera remunerazione e quindi una valorizzazione della prestazione lavorativa. Approcciarsi a una vita professionale, soprattutto di questi tempi, può essere anche molto ansiogeno; per questo è necessario che chi è in una condizione di fragilità non venga lasciato solo. «Nei progetti di borsa lavoro che ho portato avanti ho attuato diverse strategie di gestione dello stress», conclude Reali, «lavorando sulla pianificazione e sulla gestione delle scadenze nelle mansioni. Il lavoro e il risultato erano veri, la protezione stava nel concordare insieme alla persona dei modi per misurarsi con determinate tempistiche».

Di |2024-06-14T07:37:42+01:00Luglio 3rd, 2023|Human Capital, Inclusione Sociale, MF|0 Commenti