Guglielmo Apolloni: “Ecco cosa fa un policy designer”


Il suo lavoro consiste nell’aiutare le persone e le aziende, profit e non profit, a  co-costruire soluzioni resilienti per sfide e bisogni comuni. «Come designer – racconta Guglielmo Apolloni – la mia sfida è quella di riuscire a comunicare contenuti, anche complessi, a un pubblico ampio di persone, con diversi background e diversi linguaggi, per accompagnare la progettazione e il lancio di un nuovo servizio o per facilitare il cambiamento culturale, strategico o organizzazionale».

Nel 2014 ha fondato, assieme ad altri soci, School Raising, la prima piattaforma italiana di crowdfunding per finanziare progetti scolastici, e Mitosis, co-working ed event space Berlinese a conduzione casuale.

Guglielmo, il suo lavoro è difficile da capire. Ci può aiutare?

Dieci anni fa mi definivo un Design Thinker, molto concentrato nel permettere a gruppi di persone (con una maggiore esperienza e/o conoscenza su un determinato contesto rispetto a quella che posso avere io) di trovare soluzioni creative a un problema, una sfida che sentivano vicina. Sono poi passato a specializzarmi nell’ambito dei servizi, diventando Service Designer, perché alla fine ogni soluzione può essere vista come un servizio, che deve puntare a creare esperienze di valore per chi vi interagisce, massimizzando i processi interni. Sono poi passato a Process Designer, per mettere l’accento sul processo di partecipazione: ossia quell’alternare la creazione di spazi protetti di collaborazione, alla creazione di senso in base a quanto generato in quegli spazi. Il contesto di applicazione può essere molto vario, ed infatti negli ultimi anni ho potuto (quasi mai da solo e quasi sempre con team multidisciplinari) progettare e facilitare processi di partecipazione per ridisegnare servizi, organizzazioni, strategie, modelli di business, manifesti valoriali, candidature a capitale del volontariato, etc.

E ora cosa fa?…

Tutto questo mi sta portando ad abbracciare il policy design, ossia quell’insieme di processi che permettono a una organizzazione pubblica o privata, for profit o non profit, di creare un cambiamento nel proprio ecosistema di riferimento, in risposta a un bisogno più o meno specifico. Il cambiamento richiede tempo e dispositivi tattici (policies), ma richiede anche una consapevolezza di quello che si vuole raggiungere e del contesto di partenza. Il cambiamento… cambia in base alle nostre azioni progettuali. Il cambiamento è un risultato progettuale e in quanto tale richiede di riconoscere una responsabilità politica (politics) di chi quel cambiamento lo accompagna.

Concretamente come si fa?

Concretamente e in breve: un’organizzazione contatta me o una realtà con cui lavoro portando un bisogno. Quel bisogno lo analizziamo e lo traduciamo in un brief composto da una sfida progettuale la cui risposta soddisferà alcuni obiettivi e produrrà alcuni risultati “tangibili”. Insieme al brief presentiamo anche una proposta di processo che, facendo leva sull’intelligenza di una collettività di stakeholder, risponderà alla sfida permettendo all’organizzazione e/o ai suoi stakeholder di raggiungere degli obiettivi e a noi di produrre dei risultati tangibili. All’accettazione del brief e del processo (e del budget) corrisponde l’endorsement da parte dell’organizzazione cliente, con cui normalmente interagiamo come fosse partner.

Il processo cambia quindi a seconda del brief?

Esatto. Ma possiamo dire che un processo di policy design ha alcuni elementi quasi sempre presenti, ossia: definizione dell’intenzione di cambiamento, individuazione degli elementi che possono facilitare o ostacolare quel cambiamento, disegno dei dispositivi tattici (in inglese artefacts) che possono fare leva su alcuni elementi facilitanti per superare, modificare, invertire gli elementi ostacolanti, possibile accompagnamento nello sviluppo dei dispositivi (altrimenti l’organizzazione partner procede da sè). Essendo un processo di partecipazione, chi partecipa si porta a casa strumenti e metodi nuovi che spesso ripropone in altri contesti, e questa è la prima magia.

Cosa fa, dunque, un policy designer?

Chi ricopre questo ruolo ha la responsabilità di creare uno spazio protetto dove chi partecipa abbia la possibilità di contribuire (anche con stimoli, provocazioni, attività, ecc..) con i propri bisogni e sogni e le proprie capacità, conoscenze ed esperienze. Ma ha anche la responsabilità sui risultati, che devono rispettare quanto prodotto dall’intelligenza collettiva valorizzandola. La più bella frase che ci è stata detta a seguito di un’attività di valorizzazione (tecnicamente chiamata sensemaking) è stata: “Riconosco che in quello che ci avete mostrato c’è quanto abbiamo prodotto come gruppo, ma da come lo raccontate ne capisco ancora di più le potenzialità e l’impatto”.

Ci fa l’esempio di un progetto?

Tra fine agosto e inizio settembre, ancora con l’odore di mare addosso, con parte del mitico team del Consorzio Cgm, abbiamo facilitato un processo (progettato a luglio) in tre città diverse che rispondesse alla seguente sfida: “Come possiamo portare le comunità di prossimità a supportare e diffondere le buone pratiche di welfare estivo a partire da quelle realizzate a Brindisi (Eridano Sprint Camp), Palermo (Il Giardino) e Milano (Campus Sprint)?”. Lo abbiamo fatto con chi, durante l’estate appena conclusa, aveva ricoperto il ruolo di educatore, insegnante, genitore  e … partecipante al campus! La più giovane partecipante aveva infatti una decina di anni. In ciascuna città abbiamo facilitato un laboratorio adattandolo però a chi partecipava, ai tempi e alla specificità della loro esperienza. Il laboratorio portava le persone partecipanti a identificare degli scenari, le sfide tattiche (cosa può facilitare e cosa ostacolare il realizzarsi del nostro scenario desiderato? Quali elementi facilitanti possono neutralizzare gli ostacoli?) e i dispositivi tattici (ideiamo una o più attività / servizi / artefatti comunicativi / azioni / eventi / ecc… che permettono di rispondere alle sfide tattiche). Il 2 settembre si concludeva il terzo e ultimo laboratorio, il 6 settembre abbiamo presentato i risultati a Base Milano, davanti a parte del mondo della scuola (policy maker compresi). Tra i risultati presentati c’erano il processo stesso, lo scenario emerso (titolato “Ci vuole un campo estivo per crescere una comunità”) e delle policy da attivare a livello locale, di rete e istituzionale. Ora stiamo lavorando a una piccola pubblicazione delle stesse per creare interesse sui risultati e sul processo.

Come si diventa design thinker? Esiste un percorso di laurea, un master, dei corsi specifici?

Prima di tutto con passione e con l’abbracciare la complessità e il pensiero laterale. Poi con empatia. Detto questo ci sono validi percorsi universitari (io per esempio ho frequentato il Politecnico di Milano, dove oggi vi è il corso di Laurea Magistrale denominato “Product Service System Design” che sforna professionisti immediatamente “embeddati” nel mondo del lavoro) ma anche corsi più brevi e intensi (anche qui, la mia esperienza è stata con la Service Design Summer School del London Kings College, tenuta da Vincenzo di Maria e Jonas Piet – oltre a questa mi sono certificato, 5 anni fa, come facilitatore della metodologia Lego Serious Play e ho avuto la fortuna di imparare e poi facilitare, a mia volta, le Masterclass del Platform Design Toolkit e del 3EO sul tema “design delle organizzazioni”). Tra università e Summer School, oltre al lavoro, ho svolto anche un corso in Project Management per il Non Profit, volendo rafforzare e ibridare il mio profilo. Infine, come percorso di formazione, menziono anche l’esperienza di vivere a Berlino, dove la Hpi School of Design Thinking forma ogni anno design thinker che spesso decidono di restare a Berlino, andando a creare di fatto un “distretto” del design di frontiera.

Chi si rivolge a lei?

Ho avuto la fortuna di poter lavorare con organizzazioni sempre molto diverse tra loro: organizzazioni del Terzo settore (cooperative, fondazioni, associazioni) come singole o come rete, istituzioni pubbliche, università e istituti di formazione e anche imprese private, in Italia come all’estero, locali come internazionali.

Di |2024-06-14T07:37:23+01:00Ottobre 14th, 2022|futuro del lavoro, Innovazione, MF|0 Commenti