Professione insegnante: le nuove competenze richieste dopo la pandemia


Dall’infanzia all’università, la scuola è un arcipelago complesso. Eppure, chissà perché, quando si parla di insegnanti, spesso sembra che ne esista un’unica categoria. In realtà, per insegnare in ogni ordine di scuola sono necessarie competenze specifiche. Alcune sono comuni, ma molte sono ben diverse. Perciò è un errore non distinguere fra quelle necessarie per lavorare in una scuola primaria e quelle che servono per stare in una superiore. È questa la premessa fondamentale per parlare delle competenze digitali che i docenti hanno acquisito e utilizzato durante il periodo dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19.

La scuola onlife

I docenti della scuola primaria, ad esempio, sono formati in modo da saper gestire il gruppo classe, favorire lo scambio e la relazione tra pari, stimolare l’apprendimento attraverso la proposta di attività didattiche che coinvolgano gli alunni in modo da costruire insieme a loro il percorso di conoscenza. In genere, quanto più i bambini sono coinvolti, tanto più imparano, sperimentano e approfondiscono. In sostanza, molto di ciò che gli alunni acquisiscono dipende dalla relazione con i docenti e i compagni.

È qui, come sappiamo, che il Covid ha sconvolto tutto. È evidente che la didattica a distanza non può sostituire tutto questo e ha quindi messo in crisi un modello educativo fondato sulla relazione e l’empatia.

Durante l’emergenza, gli insegnanti hanno cercato di acquisire competenze utili a gestire le lezioni a distanza. Considerando che i livelli di partenza per quanto concerne l’utilizzo del pc e delle piattaforme erano estremamente differenti, i docenti hanno compiuto uno sforzo notevole, essendo scarsamente supportati da corsi di formazione. Ma le competenze informatiche costituiscono un bagaglio importante per un docente, un valore aggiunto che oggi può e deve completare la didattica in presenza, integrandola (non sostituendola).

Anzitutto perché i bambini, e ancora di più i ragazzi, sono immersi nel digitale, e spesso hanno loro stessi competenze o “intuizioni” informatiche migliori dei docenti. Perciò ignorare questo aspetto nel processo di apprendimento sarebbe un errore. Inoltre, nonostante spesso gli alunni abbiano buone capacità nell’utilizzo del pc, non sanno usarlo come fonte di apprendimento e conoscenza. Non sanno muoversi nella miriade di informazioni disponibili su internet, e si perdono nella “navigazione”, potenzialmente con derive anche pericolose. Non hanno le coordinate per scoprire che, utilizzando bene le loro conoscenze tecniche e informatiche, possono scoprire nuovi modi di apprendere e di creare.

È qui che entra in gioco il docente con il suo compito educativo. La didattica a distanza ha obbligato gli insegnanti a formarsi sull’utilizzo delle tecniche dell’informazione e della comunicazione e ha fatto scoprire agli alunni che il pc può essere usato anche per studiare. Pur con tutti i limiti che questa esperienza emergenziale ha avuto, essa ha comunque provocato un’accelerazione positiva di un processo di cambiamento nella scuola.

Ora, i docenti potrebbero studiare nuovi percorsi di didattica “mista”, fra quella in presenza e quella online, per favorire il coinvolgimento attivo degli studenti a livello informatico.

La chiave del successo in un processo di apprendimento, infatti, è da sempre la non passività degli alunni, il loro coinvolgimento nella co-costruzione del percorso di studio. Per cui, anche in senso digitale, i ragazzi devono essere guidati dal docente verso un loro protagonismo che metta in luce le competenze informatiche che hanno o che possono acquisire, in funzione di una conoscenza consapevole.

Secondo Pier Cesare Rivoltella, professore di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento all’Università Cattolica, gli scenari che si presentano adesso, dopo le due fasi dell’emergency remote teaching e dell’emergency blended solution (cioè una situazione in cui diverse modalità di didattica sono state messe in conto), sono due. O il back to face-to-face, il ritorno alla didattica in presenza tradizionale (che però significherebbe gettare «una grande occasione per mettere a sistema quanto appreso in questi mesi»), oppure quello più auspicabile dell’onlife technology teaching, in cui la tecnologia rappresenta «una dimensione normale della pratica didattica», «disarticolando finalmente la relazione indissolubile tra ora di lezione, insegnante e disciplina» e pensando «a soluzioni blended come a soluzioni normali da poter adottare», ad esempio registrando le lezioni o ospitando guest lecturer a distanza.

In questo senso l’insegnante può e dovrebbe essere flessibile e aprirsi anche a collaborazioni con altri mondi professionali, ad esempio per la realizzazione di un video, o per studiare l’impostazione grafica di un giornale di classe, o nella costruzione di un videogioco. Tutto ciò sia frequentando corsi di formazione, sia invitando esperti a scuola, cosicché gli studenti possano sperimentare nuove strategie operative.

Scegliere la tecnologia

E lo stesso deve valere per le tecnologie scelte da integrare nella didattica in presenza. Come ha spiegato Paolo Landri, primo ricercatore del Cnr, si deve passare dal digitale per forza al digitale per scelta. «Oggi si preferisce avere sistemi “chiavi in mano”, già fatti e finiti. Queste piattaforme però andrebbero studiate meglio e migliorate in maniera contestuale», dice Landri. «I docenti in particolare hanno il dovere di usare le piattaforme più adatte alle questioni pedagogiche che si trovano davanti».

Vecchie e nuove competenze per i prof

Il pedagogista Philippe Perrenoud individua dieci competenze dell’insegnante:

1. Organizzare situazioni di apprendimento

2. Gestire la progressione degli apprendimenti

3. Ideare e far evolvere dispositivi di differenziazione

4. Coinvolgere gli alunni nei loro apprendimenti e nel loro lavoro

5. Lavorare in gruppo

6. Partecipare alla gestione della scuola

7. Informare e coinvolgere i genitori

8. Servirsi delle nuove tecnologie

9. Affrontare i doveri e i dilemmi etici della professione

10. Gestire la propria formazione continua

E considerando che individuare le competenze del “dopo Covid” non significa azzerare quelle precedenti, fra le sfide principali cui i docenti sono chiamati (e dunque le skill su cui lavorare) non può che esserci il diventare più capaci nell’utilizzo delle nuove tecnologie come strumento al servizio delle altre competenze, puntando su flessibilità e trasversalità.

«Non serve molto: solo il coraggio di pensare oltre gli standard e di vincere la tentazione di ripristinare lo status quo», conclude Rivoltella. «Saluteremo così una stagione di grande sperimentazione, miglior viatico per un futuro di cui non aver paura».

Di |2024-06-14T07:26:33+01:00Settembre 8th, 2021|Formazione, Innovazione, MF|0 Commenti