Il lavoro a “umanità aumentata”. Investire nelle persone per un futuro a portata di tutti


Tutto, nel mondo del lavoro, sta cambiando. Le prassi, gli spazi, i tempi e il significato stesso del lavoro vanno oggi ripensati e riprogettati a partire dalle fondamenta, alla luce di un’evoluzione dirompente, che ha a che fare solo in parte con la digitalizzazione, e di cui la pandemia è stata un’incredibile forza acceleratrice.

Interpretare il presente e la sua complessità, con l’obiettivo di definire il prossimo futuro, non è semplice, seppure si stiano delineando progressivamente e con forza alcune tendenze principali. Per comprendere cosa accadrà, è necessario avere una visione olistica e di lungo termine, che vada cioè oltre l’emergenza: bisogna saper disegnare scenari possibili, condivisibili, abitabili. Il grande rischio, altrimenti, è che nel rincorrere a gran velocità il lavoro del futuro, in molti restino indietro.

Nel talk di PHYD dal titolo Ripartire dal lavoro, Marco Bentivogli, esperto di lavoro e di innovazione industriale, racconta alla giornalista Lidia Baratta come progettare un nuovo mondo del lavoro inclusivo, democratico, sostenibile, in grado di generare sempre più occasioni.

 

(Ri) disegnare il lavoro

Per agire in un contesto di mutamento profondo del lavoro, che oggi sta affrontando ben tre transizioni – quella digitale, quella climatico-ambientale e quella demografica – occorre un work-architect, un architetto del lavoro.

«È necessario che nascano queste nuove figure, i work-architect, per iniziare a comprendere i nuovi trend del lavoro più che le nuove professioni, perché abbiamo ancora una grande difficoltà a riconoscerli e integrarli correttamente nel nostro contesto lavorativo. Ecco, gli architetti del lavoro saranno fondamentali nelle fasi come quella attuale, in cui è necessario definire non solo in che modo il mondo del lavoro  valorizzerà la sua principale forza, quella di includere le persone, ma soprattutto come rendere le persone stesse una risorsa indispensabile in qualsiasi progetto.»

In questo nuovo contesto, non può mancare una riflessione sullo scongelamento dello spazio fisico in cui svolgiamo la nostra professione. Il luogo di lavoro è, infatti, sempre meno identificabile:  l’ufficio è diventato un ambiente diffuso, può essere la propria casa, il bar, un hub di coworking.

«Vanno ripensati e ridisegnati gli spazi di lavoro, in modo che il rientro in azienda evochi, generi e spinga alla condivisione di strategie e criticità. Lo spazio, in questo senso, è ancora assolutamente rilevante»

Ridisegnare il lavoro, il suo spazio fisico, partendo dal superamento di una vecchia concezione architettonica, quella che Bentivogli definisce “scatolificia e scrivanocentrica”, tipica delle palazzine direzionali. Un’architettura piramidale che riflette la rigida separazione gerarchica tra le persone in azienda, oggi non solo non è ammissibile, ma soprattutto non è più sostenibile. Come non è più sostenibile una città che muove verso il suo centro centinaia di migliaia di persone ogni giorno, svuotando e svilendo le periferie. Lo spazio urbano e la conseguente mobilità vanno decostruiti immaginando città più resilienti, in cui tutto sia davvero raggiungibile in 15 minuti e in cui la forza motrice, non solo economica, sia l’incontro tra le persone.

 

Smart working, quello vero

Dallo scoppio della pandemia a oggi, smart working è tra le parole più abusate. Tutti ne parlano, ma pochissimi sanno esattamente di cosa si tratta. Bentivogli lo definisce fin da subito, ritenendo che “Se dobbiamo poter individuare gli elementi chiave per ripartire dal lavoro, veramente agile e intelligente, bisogna innanzitutto capire cosa è lo smart working: non è il digitale applicato al lavoro e basta. In realtà è una nuova dimensione di lavoro e di impresa.

Una dimensione che non contempla più l’applicazione del modello gerarchico, tipico della fabbrica fordista, basato sul controllo e su un orario prestabilito, ma bensì si declina nella reciprocità tra le parti, nello scambio trasversale di competenze e saperi, in una maggiore libertà – e responsabilizzazione – del lavoratore nei tempi e nelle modalità di produzione, e in un atto di fiducia da parte della leadership.

«Lo smart working così pensato sposta completamente la cultura organizzativa di riferimento, la fa mutare, intreccia e risolve in modo positivo anche alcune delle contraddizioni del lavoro in presenza.»

Quanto la cultura organizzativa sia pronta a questo salto di autonomia nei luoghi (e nei tempi) di lavoro è tutt’altra questione, che necessita, secondo Bentivogli, di un approccio sartoriale, dedicato ai bisogni della persona e della singola azienda. Non possono esserci soluzioni valide per tutti allo stesso modo.

 

Il senso (ritrovato) del lavoro

Secondo il whitepaper di The Adecco Group “Resetting Normal: definire la nuova era del lavoro 2021”, 2 persone su 5 nel mondo stanno cambiando o stanno pensando di cambiare la propria carriera; lo stesso numero di persone sta passando o considerando di passare a un impiego con opzioni di lavoro più flessibili. Un fenomeno, quello delle grandi dimissioni -come i media si sono affrettati a chiamarlo – che rivela la volontà da parte degli individui di dare un nuovo senso al lavoro. La pandemia ha per forza di cose reso le persone più autonome, proattive e consapevoli, ha dato loro una nuova lente attraverso cui guardare il futuro. Così, dice Bentivogli, che su questo ha scritto il libro “Il lavoro che ci salverà. Cura, innovazione e riscatto: una visione prospettiva” (edito da San Paolo), «oggi si cercano lavori più a misura di persona anche se meno retribuiti». Si cercano flessibilità, opportunità di carriera e formazione continua più di quanto si cerchi uno stipendio elevato.

Ma cosa succede a chi non può permettersi di cambiare lavoro? Il rischio di una polarizzazione del mercato si può evitare solo intervenendo sul sistema scolastico e formativo, rendendolo adattivo e incoraggiando meccanismi di promozione, non solo difensivi, della persona. La formazione professionale, che non gode al momento di alcun riconoscimento o certificazione, è un diritto che, secondo Bentivogli, dovrebbe essere riconosciuto per legge, in questo modo diverrebbe un elemento importante di rivendicazione.

 

Liberarsi grazie alla tecnologia

«Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi soltanto nell’indice dei profitti?» Era il 1955 e con queste parole l’imprenditore illuminato Adriano Olivetti si rivolgeva ai lavoratori dell’allora neonato stabilimento di Pozzuoli. Quella domanda, a distanza di più di 60 anni, continua ad animare il dibattito sul significato e sul ruolo del lavoro.

Oggi la risposta a quell’interrogativo potrebbe trovarsi nella trasformazione digitale, in quell’onda dirompente della tecnologia, che se da un lato cancella vecchie mansioni e vecchie forme di lavoro, dall’altro, paradossalmente (ma il paradosso è solo apparente!) riumanizza il lavoro, lo riempie cioè di valori forti, come la cura, l’attenzione, la progettualità, il pensiero. Secondo Bentivogli:

«Noi dobbiamo investire nell’elemento più incontendibile che gli esseri umani hanno nei confronti delle macchine pensanti, degli algoritmi: l’umanità. Le macchine non sono capaci di pensiero strategico, fuori dagli schemi, di un pensiero che è critico e che lateralmente costruisce schemi evoluti di innovazione. L’umanità che progetta va riconosciuta nel lavoro.»

Le aziende devono, dunque, saper progettare con finalità e centralità umana, trasformandosi in un luogo dove le relazioni e i singoli sono valorizzati, riconosciuti, visti; un luogo nel quale essere liberi e non da cui liberarsi alla fine della giornata.

 

È possibile guardare l’evento nella sua interezza registrandosi al sito di PHYD.

Di |2024-06-14T07:36:48+01:00Gennaio 31st, 2022|Formazione, Human Capital, MF|0 Commenti