Più corsi in inglese e più green, così cambia l’università italiana


Tra l’aumento dei corsi e l’apertura verso una dimensione internazionale, l’università italiana cerca di evolversi e di diventare sempre più attrattiva, anche per gli studenti stranieri. L’anno accademico 2023/2024 partirà con circa duecento proposte in più rispetto al 2022, toccando quota 5.500 corsi. Sarà un’università che scommetterà sul futuro aumentando gli studi incentrati su green, digitale e intelligenza artificiale. Quest’ultima, in particolare, non si studierà solo in ambito scientifico, ma anche in quello umanistico. 

Restano tuttavia alcune problematiche. Secondo l’ultimo rapporto “National Student Fee and Support Systems in European Higher Education” promosso dall’Unione Europea, l’Italia è tra i Paesi meno virtuosi d’Europa se si tengono in considerazione i costi delle tasse accademiche.

La spesa media per gli studenti universitari italiani è di 1.592 euro annui nel primo ciclo di studi e di 1.733 euro all’anno nel secondo. Per quanto riguarda le borse di studio, l’ammontare si avvicina agli standard della Norvegia ma, se nel Paese scandinavo le ricevono il 47% degli studenti nel primo ciclo di studi e il 49,1% nel secondo, in Italia ne beneficiano rispettivamente solo il 16,3% e il 17,7%. Pochi anche gli studenti che riescono ad accedere alle residenze universitarie garantite dagli enti per il diritto allo studio. Motivo per cui nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) si prevedeva il target quantitativo dei 7.500 posti letto per studenti da assegnare entro il 31 dicembre 2022, modificato poi dal governo nella milestone di 60mila posti letto da assegnare entro il 2026.

I passi avanti compiuti

Qualche passo in avanti però nel tempo si è fatto. Negli ultimi anni le tasse si sono abbassate, la percentuale degli studenti destinatari di borse di studio è aumentata e anche gli importi minimi dei sussidi sono cresciuti. In aggiunta, un ulteriore mezzo miliardo di euro è stato stanziato a fine luglio 2023 all’interno del Fondo per il Finanziamento Ordinario delle università statali, che rappresenta il principale investimento per le attività didattiche, la ricerca e il funzionamento degli atenei. Tutte buone notizie se si considera che l’Italia, secondo i dati Eurostat riferiti al 2022, è il penultimo Paese in Europa per tasso di giovani laureati, seguito solo dalla Romania. 

La novità più rilevante riguarda l’Erasmus. La Ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini ha recentemente annunciato la possibilità di realizzare scambi tra università italiane. Entro la fine di novembre, gli atenei potranno inserire nei regolamenti l’opportunità di svolgere un periodo di lezioni in un’altra università sul territorio nazionale all’interno di quello che viene chiamato “Erasmus italiano”. L’obiettivo sarà quello di consentire agli studenti di crearsi il proprio percorso di studi personalizzato anche combinando opzioni formative di atenei differenti. Inoltre, potrebbe essere un’alternativa meno costosa per garantire a tutti la possibilità di studiare fuori dalla propria regione per qualche mese, facendo fronte – almeno in parte – al fenomeno dello spostamento degli studenti del Mezzogiorno e incentivando la collaborazione tra poli universitari anche distanti, con il conseguente scambio di conoscenze. 

L’università italiana sta cercando di aprirsi anche in un’ottica internazionale. Il programma Erasmus+ è un ottimo strumento se si considera l’aumento delle opportunità lavorative dopo la laurea. Coloro che hanno svolto un periodo di studio all’estero durante il percorso universitario, infatti, hanno il 12,3% in più di possibilità di trovare lavoro. Proprio nell’ottica di una maggiore internazionalizzazione crescono le proposte per il conseguimento del doppio titolo (double o joint degree) arrivando a quota 826 e i corsi in lingua straniera, che saranno 1.270. E, di questi, 666 saranno in inglese, quasi il doppio rispetto ai 339 dell’anno accademico 2017/2018.

Le conseguenze dei progressi avvenuti nel tempo emergono analizzando le classifiche europee e mondiali. Il Politecnico di Milano si è infatti classificato al 123esimo posto su 2.963 università a livello globale nel QS World University Ranking, una delle più note classifiche universitarie al mondo. Rispetto all’anno precedente, c’è stato un miglioramento di sedici posizioni. È il miglior risultato di sempre, per la prima volta il Politecnico rientra nel top 9% delle eccellenze. Ma anche La Sapienza di Roma e l’Alma Mater Studiorum di Bologna si collocano in alto nella classifica, rispettivamente al 134esimo e 154esimo posto.

La strada che resta ancora da fare

Eppure, le università italiane non sono attrattive come quelle di altri Paesi. I nostri studenti, secondo il Report annuale Erasmus+, sono coloro che più partecipano a esperienze di mobilità per studio o formazione in Europa. Ma molti meno sono i ragazzi che scelgono l’Italia come loro destinazione. Il numero di universitari stranieri è aumentato ovunque nell’ultimo decennio, tranne che in Grecia e in Italia. Sul territorio nazionale, gli studenti che vengono da fuori sono meno del 3% del totale. 

Le motivazioni alla base della scarsa attrattività sarebbero da ricercare nella bassa reputazione e nella limitata vocazione internazionale degli atenei italiani. E se la reputazione è un criterio soggettivo e che si può modificare solo sul lungo periodo, l’internazionalizzazione è una questione concreta e di più semplice attuazione. Allora proprio l’apertura a una dimensione internazionale – unita a un aumento dei finanziamenti e a un investimento su green, digitale e intelligenza artificiale – potrebbe essere la chiave di volta per permettere all’Italia di essere più attrattiva e di compiere quei passi in avanti che le garantiranno di non rimanere indietro rispetto alle altre eccellenze.

Di |2024-06-14T07:37:52+01:00Settembre 13th, 2023|Formazione, Human Capital, MF|0 Commenti